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Il geniale “metodo Lisistrata” di Aristofane per imporre la pace

Lisistrata

Il Bloc Notes di Michele Magno

Negli anni in cui Aristofane (450-385 a.C. circa) lavorava alla commedia “Lisistrata”, Atene era impegnata già da un ventennio nella guerra del Peloponneso contro Sparta (431-404 a.C.). La sua spedizione contro Siracusa (415-413 a.C.) si era risolta in un disastro militare; la flotta, base del suo potere, era stata distrutta. Viene allora creato  il collegio dei dieci “pròbuli” (“preparatori”), una commissione di controllo che doveva preventivamente pronunciarsi su tutte le istanze presentate dall’assemblea. È la premessa del “colpo di Stato oligarchico” (411 a.C.) che dà origine al cosiddetto “governo dei quattrocento”, seguito poco dopo da un governo oligarchico più moderato in cui il potere è affidato ad un “consiglio dei cinquemila”.

Proprio in quell’anno Aristofane porta in scena alle Lenee (feste religiose in onore di Dioniso, che si celebravano nell’area sacra del Leneo) Lisistrata, una commedia nella quale riflessioni politiche e comicità più sfrenata si intrecciano in modo insuperabile. La trama della commedia nasce dall’idea che gli unici colpevoli della catastrofe di Atene siano i maschi: con la loro follia bellicista hanno rovinato la polis. Per rimediare al danno, le donne greche, radunate da Lisistrata (“colei che scioglie gli eserciti”), decidono di negare ai loro mariti rapporti sessuali per indurli alla ragione: un tema, questo, che permette numerosi lazzi e battute oscene, soprattutto nella rappresentazione dei bisogni sessuali degli uomini, vittime dello sciopero.

L’azione della commedia si sviluppa su due piani, di grande efficacia artistica. Gli attori sono le donne giovani, schierate attorno a Lisistrata, e i maschi soldati pieni di voglie sessuali. Il coro è invece costituito dalle vecchie e dai vecchi. Nella inusuale divisione del coro in due gruppi, Aristofane cerca così di rendere visibile la spaccatura che si è aperta nella società ateniese (cfr.Bernhard Zimmermann, “La commedia greca. Dalle origini all’età ellenistica”, Carocci, 2016).

Per assicurarsi il successo del suo disegno, cioè costringere gli uomini con lo sciopero sessuale a cessare ogni forma di belligeranza, Lisistrata occupa a sorpresa l’Acropoli per privare gli uomini dei mezzi finanziari lì custoditi, necessari alla prosecuzione del conflitto. A questo punto, lamentandosi degli acciacchi dell’età e ricordando nostalgicamente il glorioso passato, inveendo contro l’impudenza delle donne, compare il coro degli anziani, che vuol bruciare le donne sulla rocca. Ma le vecchie, che costituiscono l’altra metà del coro, si affrettano a dar man forte alle loro alleate sull’Acropoli.

Le anziane vogliono due cose, e perciò invocano l’aiuto della dea della città, Atena: liberare i cittadini dalla guerra contro gli Spartani e ricomporre i contrasti intestini. La preghiera recitata dalle donne è chiara: la fine delle ostilità contro i nemici esterni sarà possibile solo se prima ci sarà una riconciliazione tra le diverse fazioni interne. Lisistrata è la voce ufficiale delle donne: difende il suo piano davanti a un rappresentate della polis, un probulo; tiene unite le donne, che alla vista dei loro mariti rischiano di diventare vulnerabili; e, infine, sprona la giovane Mirrine a sedurre suo marito Cinesia, senza però poi soddisfarlo sessualmente.

Non solo ad Atene, ma anche tra i nemici si fa sentire l’effetto della forzata astinenza. Un araldo spartano, che inutilmente cerca di nascondere il suo fallo eretto sotto il mantello, si imbatte in un pritano (uno dei cinquanta consiglieri che tenevano il governo cittadino per una decima parte dell’anno) che era nelle stesse condizioni. Costretti dalla loro incoercibile eccitazione, incapaci di ragionare lucidamente, si accordano per far subito la pace, così da ottenere, con lo scioglimento delle “tensioni” di politica estera, anche lo scioglimento delle loro più intime “tensioni”. Le trattative sono concluse tanto più celermente perché Lisistrata mette sotto il naso dei negoziatori ateniesi e spartani la “Riconciliazione”, nella forma di una ragazza nuda.

Eppure, prima che si possa giungere a una tregua ufficiale, devono essere sedate le tensioni interne alla città, ovvero, nella finzione teatrale, si deve giungere a una riappacificazione e, dunque, a una riunificazione dei due semicori. Quest’ultima è preparata acortamente da Aristofane nei singoli canti corali. Nella parabasi (intermezzo della commedia), gli uomini si lasciano però ancora andare a ricordi spacconi sulle loro splendide imprese, compiute per il bene di Atene.

Nonostante la contraddizione tra il loro incedere barcollante e la grandiosità delle loro affermazioni, i vecchi non danno l’impressione di figure comiche, ma suscitano nello spettatore piuttosto un sorriso dovuto a simpatia. Come i vecchi, anche le vecchie si vantano di aver fatto qualcosa di importante per la città, nel ruolo di madri e di sacerdotesse. E sono le anziane ad avviare la riconciliazione. Nonostante le parole aspre e i brontolii del corifeo, la corifea del semicoro femminile gli si avvicina, gli mette amorevolmente addosso una tunica e gli toglie dall’occhio una zanzara. Commosso, anche il vecchio corifeo dà la mano alla donna.

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