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Il Corriere della Sera processa Napolitano e Monti? I Graffi di Damato

Monti Mes

È clamoroso il processo politico del Corriere della Sera a Napolitano e Monti affidato allo storico Galli della Loggia. La nota politica di Francesco Damato

È clamoroso – sia per il clima natalizio che ci avvolge sia per le abitudini, le tradizioni e quant’altro della storica testata milanese di via Solferino – il processo politico del Corriere della Sera al presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e al senatore a vita Mario Monti, peraltro illustre collaboratore dello stesso giornale, per le condizioni a dir poco gravissime in cui si trova la democrazia italiana: un processo affidato allo storico Ernesto Galli della Loggia. Che in un editoriale titolato sul “grande bisogno di verità” necessario alla comunità nazionale si è iscritto di fatto a quel 48,2 per cento degli italiani, certificato recentemente dal Censis, che vuole “l’uomo forte”.

“Aspettiamo qualcuno – un uomo, una donna, un’idea, un partito, un movimento, un governo – in grado di interrompere la girandola del nulla che è diventata la nostra vita politica e di resuscitare lo Stato in via di decomposizione nel quale ci tocca vivere”, ha scritto l’editorialista del Corriere.

Lo aspettiamo, in particolare, secondo lo storico, dal 2011. Fu allora che il capo dello Stato Napolitano non volle mandare gli italiani alle urne, sciogliendo anticipatamente le Camere, di fronte al “naufragio del berlusconismo”.

Ad una sicura vittoria del Pd, guidato da Pier Luigi Bersani, il presidente della Repubblica avrebbe commesso l’errore di preferire l’epilogo ordinario della legislatura col governo tecnico di Mario Monti, preventivamente munito del laticlavio. E Monti, pur “padrone per sei mesi virtualmente del Parlamento”, paralizzato dalla paura della crisi finanziaria, finì per “impantanarsi” pure lui nell’implacabile routine del buropoliticismo italiano”, sino a cadere nella tentazione – che Galli della Loggia ha cortesemente evitato di rimproverargli, forse per solidarietà accademica o di testata – di improvvisare un partito per partecipare alle elezioni del 2013. Che, a dire la verità, come Monti ha più volte rivendicato come merito, servì a frenare la ripresa elettorale e politica del “naufrago” Berlusconi, impedendogli di conquistare il Quirinale alla scadenza del primo mandato di Napolitano.

Curiosamente  – anche questo va detto – l’esigentissimo storico editorialista del Corriere ha risparmiato nel suo processo l’allora segretario del Pd Bersani. Il quale aveva i mezzi, se lo avesse davvero voluto, per contrastare il suo vecchio compagno di partito Napolitano nel rifiuto di scogliere le Camere e di fargli vincere, in quel momento, le elezioni, prima che Berlusconi potesse riorganizzare le sue truppe ed altre -quelle grilline– potessero prendere la consistenza che le avrebbe portate nel 2018 alla vittoria e al governo. E ciò, per giunta, non dico con l’aiuto consapevole e diretto del professore Galli della Loggia, ma con un suo aiutino inconsapevole di certo, avendo egli contribuito mediaticamente ed elettoralmente alla conquista grillina del Campidoglio da parte di Virginia Raggi nel ballottaggio col sicuramente più esperto e attrezzato concorrente Roberto Giachetti, candidato del Pd. Era il 2016.

Seguì dopo due anni la vittoria pentastellata nelle elezioni politiche del 2018, anch’esse volute alla scadenza ordinaria dal successore di Napolitano, l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, respingendo la richiesta di uno scioglimento anticipato delle Camere avanzata da Matteo Renzi come segretario del Pd dopo avere perduto come presidente del Consiglio il referendum sulla riforma costituzionale portante praticamente il suo nome. Eppure quella riforma era diventata il tema centrale, qualificante della difficile legislatura cominciata nel 2013 con le cosiddette larghe intese realizzatesi attorno al governo di Enrico Letta.

Di tutto questo ha certamente cognizione, anche più di me, per carità, il professore Ernesto Galli della Loggia. Che tuttavia ha ritenuto di far cominciare nel 2011 la sostanziale rovina, o almeno crisi, della politica italiana, senza andare né più avanti né più indietro, magari alla stagione di Tangentopoli, affrontata dai partiti e, più in generale, dalla cosiddetta intelligenza del Paese in modo così approssimativo e populista -si direbbe oggi- da rovesciare i rapporti fra i poteri dello Stato a tutto vantaggio di quello giudiziario. Che peraltro, come ammoniva inutilmente l’allora capo dello Stato Francesco Cossiga, non è neppure un potere, ma “un ordine”, sia pure “autonomo e indipendente da ogni altro potere”, com’è scritto nel titolo quarto della Costituzione sulla magistratura, più particolarmente nell’articolo 104. E Cossiga, peraltro professore universitario di diritto costituzionale, parlava in quel modo anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Ma chi sono io, forse, se non un semplice e vecchio giornalista, per ricordare tutto questo al più giovane, o meno anziano, professore editorialista del Corriere della Sera, che ha 77 anni?

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