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Il “caso Paracelso”

Paracelso

Il Bloc Notes di Michele Magno 

 

Theophrast Bombast von Hohenheim, latinizzato in Theophrastus Bombastus Paracelsus (in tedesco höhe e il latino celsus hanno lo stesso significato di “alto”), nasce nel 1493 a Einsiedeln, nel Canton Vitto. Figlio di un medico, subito dopo la laurea comincia a viaggiare per tutta l’Europa. Ha l’aspetto di un popolano rubicondo, come attesta il celebre ritratto che ne fece Peter Paul Rubens, mentre per il suo carattere irrequieto e polemico sembra più un gradasso picaresco che uno scienziato. Eppure, ovunque vada, suscita ammirazione e rispetto.

Offre i suoi servigi di chirurgo militare in Olanda e in Italia, poi in diversi insediamenti minerari del Tirolo, della Svezia e dell’Ungheria, dove ha l’opportunità di studiare le malattie professionali dei lavoratori e di entrare in confidenza con i metalli. Soggiorna a Bologna, Padova, Parigi; si reca in Spagna, in Inghilterra e si spinge fino a Costantinopoli. Ovunque si trovi, va a scuola dai sapienti locali, senza “disdegnare la compagnia di maghi, streghe e ciarlatani presso i quali cerca avidamente — e invano — la formula dell’eterna giovinezza” (Massimo Fioranelli e Maria Grazia Roccia, Medici eretici, Laterza, 2016).

Il “caso Paracelso” scoppia nel 1527, quando lo svizzero viene chiamato dall’università di Basilea a insegnare l’arte medica. Una volta in cattedra, tiene le sue lezioni in tedesco anziché in latino, suscitando lo sdegno degli azzimati e compunti professori che se ne “vanno sontuosamente vestiti con lo spadino d’argento al fianco e i guanti bianchi in mano”. Le porte della sua aula, infatti, sono aperte a chiunque voglia ascoltarlo. Pertanto, si assiste a un quotidiano via vai di cerusici e alchimisti, e agli sciami di studenti si mescolano perfino guaritori di fiera.

Un mattino un gruppo di studenti in festa accende un fuoco davanti all’università. Poco dopo, appare Paracelso con alcuni volumi sotto il braccio. Giunto davanti alle fiamme, vi scaraventa allegramente i preziosi trattati sul cui frontespizio si potevano leggere i nomi di Ippocrate e di Galeno, di Avicenna e dei più grandi medici e alchimisti dell’antichità. Un gesto eversivo, di annientamento della tradizione e di rottura radicale con il passato, che ricorda quello compiuto da Lutero sette anni prima, quando ad ardere, insieme ad alcuni testi di diritto canonico, era stata la bolla papale che lo scomunicava. 

La reazione dei baroni accademici è immediata. Viene accusato di essere un imbroglione, un pazzo, un ubriacone. Allora, su consiglio degli amici più fedeli, decide di fuggire da Basilea e di riprendere la sua vita errabonda. Nel 1541, su invito del vescovo, si stabilisce a Salisburgo insieme a Oporino, al secolo Johannes Herbster, suo “famulus” (sorta di servitore e assistente) e discepolo. È l’ultima tappa del cammino terreno di Paracelso, che muore proprio in quell’anno forse di carcinoma al fegato.

Nella storia della medicina la sua figura di innovatore resta assai controversa. Come sostengono Fioranelli e Roccia, tuttavia, la scelta di insegnare in lingua tedesca ha avvicinato ai suoi segreti tutti coloro che, per censo o lignaggio, ne erano regolarmente esclusi. Lo stesso falò dei libri, pur nella sua teatrale brutalità, voleva trasmettere un messaggio rivoluzionario, quello di sottoporre al vaglio dell’esperienza diretta le verità dei “mostri sacri” dell’arte medica. Una rivolta antidogmatica che, rivendicando il primato della ricerca di laboratorio e delle tecniche chimico-farmaceutiche, metteva radicalmente in discussione il potere delle consorterie accademiche.

Del resto, dobbiamo a lui l’invenzione del laudano, un analgesico ottenuto lasciando macerare l’oppio in alcol, la cui etimologia deriva da laudare, ossia una “medicina lodevole”, e da laudanum, gomma o resina odorosa da cui si estraevano pomate lenitive. Sua fu inoltre la scoperta delle qualità anestetiche dell’etere dietilico, suoi i primi unguenti con sali di mercurio, che saranno utilizzati sia per la cura della sifilide sia in funzione antisettica. Suoi, ancora, i preparati di arsenico per le malattie della pelle, i composti di piombo, i sali di ferro. E gli va anche riconosciuta l’intuizione che nella pulizia di una ferita risiedesse il cuore dell’antisepsi. Perfino l’homunculus, di cui due secoli e mezzo dopo scriverà Goethe nel Faust, prese forma per la prima volta nella mente di Paracelso, il quale immaginò di far nascere un bambino ponendo del seme maschile in una fiala di cristallo e nutrendolo con sangue umano per quaranta settimane.

A Salisburgo, dove terminò i suoi giorni, un cippo funerario di forma piramidale recita così: “Qui giace Filippo Teofrasto, dottore in medicina, che con arte mirabile curò ferite, lebbra, gotta, idropisia e altri contagiosi malanni”.

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