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I cognomi degli italiani. Il Bloc Notes di Magno

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Italianismo

L’elevato numero dei cognomi italiani, ben oltre trecentomila, è l’effetto della complessità delle nostre vicende politiche, culturali e dialettali. Il Bloc Notes di Michele Magno

“Nomen omen”: il nome è un presagio. La locuzione latina riflette la teoria degli antichi sul carattere non arbitrario del linguaggio. I cognomi, non meno dei prenomi, oggi di solito ci appaiono casuali, privi di significato: non ci si chiama Fabbri perché si esercita il corrispondente mestiere; si può essere alti due metri e chiamarsi Basso. Ma quando si cominciò, nel Belpaese, ad essere apostrofati con un secondo nome? Per chi volesse soddisfare questa curiosità consiglio la lettura di un dotto e divertente libro di Roberto Bizzocchi, “I cognomi degli italiani. Una storia lunga 1000 anni”, Laterza, 2014.

Secondo un eminente erudito del Settecento, Scipione Maffei, già nel 539 compare in un papiro ravennate un tal Pellegrino Vaistrini, a cui una certa signora Tulgila aveva venduto un terreno nella zona di Faenza. Un contemporaneo di Maffei, Ludovico Antonio Muratori, fondatore degli studi medievistici in Italia, nelle sue “Antiquitates Italicae” (1740) dimostra invece che si trattava di un falso, e che non esistevano cognomi prima dell’anno Mille. Dietro la sua tesi perentoria non c’era solo il rigore critico del filologo, ma una visione storica. Egli era infatti convinto che le origini della civiltà italiana non fossero nella Roma antica, secondo la classica idea degli umanisti, ma nel Medioevo, epoca in cui si erano verificati rivolgimenti tanto forti da creare una decisiva rottura col mondo romano.

In ogni caso, dopo Muratori è iniziato quel lungo lavoro dei linguisti sul nostro patrimonio di cognomi che ha portato a una sua complessa suddivisione in tipi e sottotipi. Qui è sufficiente menzionare quattro categorie principali.

La prima è quella dei cognomi patronimici o matronimici, cioè formati da nomi di persona maschili o femminili. Essi si presentano in forma composta (Di Pietro, De Luca, D’Agata, De Maria) o in forma semplice (Paoli, Martini, Rosi, Agnesi).

La seconda è quella dei cognomi toponimici, ossia di provenienza da qualche luogo. Entro questa categoria va segnalata una partizione in due gruppi. Nel primo il riferimento riguarda entità geografiche così importanti da trasformare il cognome toponimico in cognome etnico. Un cognome quale Bulgari ci ricorda le scorrerie delle popolazioni orientali durante l’Alto Medioevo. Alla stessa stregua, cognomi come Longobardi (o Lombardi), Greco, Albanese, alludono agli stanziamenti dei rispettivi popoli nelle varie regioni della penisola. Il secondo gruppo comprende i cognomi formati da elementi di paesaggi urbani o naturali (Della Rocca, Montanari, Della Porta, Delle Piane).

La terza categoria corrisponde ai cognomi derivati da mestieri, cariche, funzioni sociali esercitate. Basterà ricordare il già citato Fabbri e il suo sinonimo Ferrari (con le sue varianti regionali: Ferrero in Piemonte, Favaro in Veneto, Ferreri in Sicilia). Inoltre, cognomi quali Podestà, Vicario, Rettori, Cancellieri; o quali Compare, Padrini, Fratello, La Sorella. In questa ultima sottocategoria si possono classificare anche i cognomi tipici degli esposti o trovatelli (Esposito, Trovato, e altri).

La quarta categoria, infine, riunisce la variegata e lussureggiante gamma dei cognomi formati dai soprannomi: Rossi/Russo, Gentile, Sordi, Bellini; ma anche Falco, Volpe, Vacca, o Beccalossi, Tagliavini, Pelagatti, e così via.

Sottolinea Bizzocchi che l’elevato numero dei cognomi italiani, ben oltre trecentomila, è l’effetto della complessità delle nostre vicende politiche, culturali e dialettali. Benché si sia ancora lontani dall’averli studiati tutti a fondo (il dizionario generale più ampio ne analizza circa un quinto), si è calcolato che patronimici e di provenienza costituiscano ciascuno quasi il 40 per cento; che circa il 10 per cento derivi da mestieri e i restanti da soprannomi.

È importante fare, infine, un’osservazione sulla corrispondenza fra nome di luogo e ebraismo. Una scena toccante del film di Luigi Comencini, “Tutti a casa” (1960), ambientato dopo l’8 settembre 1943, mostra un soldato tedesco che esamina sospettoso i documenti dell’ebrea Silvia Modena, e i compagni della ragazza che cercano di proteggerla fingendo di ignorare l’esistenza di una città con quel nome. Nello stereotipo c’è ovviamente una parte di verità. Fin dal Duecento gli ebrei gestivano il prestito al minuto, stabilendosi così in centri abitati, grandi e piccoli. Data la ristrettezza del patrimonio ebraico di nomi di persona, quando nel corso dei secoli si rese necessario avere dei cognomi, venne naturale assumere quelli dei luoghi di residenza.

Nel 1925 l’ebreo Samuele Schaerf pubblicò a Firenze un libretto intitolato “I cognomi degli Ebrei d’Italia”, corredato da un’appendice sulle “Famiglie nobili ebree d’Italia”. Il suo intento era chiaramente patriottico e positivo, quello cioè di rivendicare il contributo offerto dagli ebrei, dal Risorgimento alla Prima guerra mondiale, alla costruzione dello Stato unitario.

Ma poco dopo la sua opera sarà utilizzata in modo opposto: nell’ambito della campagna antisemita promossa dal fascismo, essa fornì un elenco già pronto sulla cui base organizzare la discriminazione e la persecuzione. Il testo di Schaerf venne ristampato con questo nuovo scopo, e — quando furono emanate nel 1938 le leggi razziali — i suoi dati furono incrociati con l’albo dei pubblicisti per mettere al bando i giornalisti e scrittori ebrei.

Una crudele e funesta eterogenesi dei fini, di cui purtroppo è cosparsa la storia umana.

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