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Guerra Usa-Cina, che cosa prevede la mini-intesa sui dazi

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Il Punto di Marco Orioles sui colloqui commerciali fra Stati Uniti e Cina: guerra commerciale sui dazi verso una tregua?

 

Giunta alla sua tredicesima puntata, la saga dei trade talks – i colloqui commerciali che da quasi un anno stanno impegnando a corrente alternata Usa e Cina sullo sfondo di una guerra senza quartiere a colpi di dazi, ritorsioni e minacce di ogni tipo – ha partorito venerdì nell’ordine una tregua, una mini-intesa ancora parziale e solo verbale, e soprattutto la prospettiva di mettere finalmente nero su bianco un deal definitivo di qui ad un mese.

L’annuncio l’ha fornito dalla Casa Bianca un raggiante Donald Trump, lieto di rendere noto ai suoi elettori che, dopo due giorni di negoziato a Washington tra i suoi ministri e consiglieri e il plenipotenziario di Pechino, il vicepremier Liu He, America e Cina sono arrivati alla “fase 1” di un accordo.

Con Liu al suo fianco nella cornice solenne dello Studio Ovale, il presidente ha spiegato ai reporter che dopo 48 ore di confronto serrato le due delegazioni hanno “raggiunto un’intesa (sulla tutela della) proprietà intellettuale (e) sui servizi finanziari”, coronata da “un tremendo affare per gli agricoltori (americani) – un acquisto di 40-50 miliardi di dollari di prodotti agricoli”.

Il giubilo presidenziale si è riversato subito dopo su Twitter, dove il capo della Casa Bianca ha esaltato “il più grande accordo mai fatto nella storia del nostro paese per i nostri grandiosi patrioti agricoltori”:

Come ha chiarito uno dei protagonisti della trattativa, il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, con quell’impegno di spesa la Cina raddoppia di fatto l’ammontare di acquisti di beni agricoli made in Usa fatti nel 2017, quando aveva toccato la soglia di 24 miliardi di dollari, prima di precipitare a causa dell’innescarsi della guerra commerciale.

Un risultato significativo dunque per il tycoon – cui preme ovviamente molto, in chiave di rielezione, il voto degli Stati della Farm Belt – che non è riuscito a fare a meno di celiare con Liu che gli agricoltori americani “ora hanno davanti molto lavoro extra”.

Mentre le agenzie di stampa battevano queste notizie, il Dipartimento dell’Agricoltura Usa diffondeva dati che confermano la linea scelta da Pechino di rabbonire Trump facendo man bassa di prodotti agricoli americani: sono 142,172 le tonnellate di carne di maiale acquistate da Pechino nella settimana terminata lo scorso 3 ottobre, cifra che per Reuters rappresenta “il più grande acquisto settimanale di sempre nel mercato principale mondiale della carne di maiale”.

L’intesa raggiunta venerdì inciderà anche su un altro capitolo importante dell’export agricolo Usa che ha patito la bellicosità tra le due superpotenze: quello della soia. Ancora Reuters ricorda che, dopo aver chiuso nel mese di agosto l’annata 2018/19 con acquisti di soia pari a 13 milioni di tonnellate, la Cina ne ha comprate altri cinque milioni nelle ultime settimane. Fatta la somma, siamo ben lontani dai 30 milioni di tonnellate che Pechino era solita comprare negli Usa prima che le due nazioni arrivassero ai ferri corti.

Di fronte all’impegno cinese di tornare, da questo punto di vista, ai bei tempi antichi e possibilmente di fare di più, Washington ha ben potuto mostrarsi magnanima, rinunciando al programmato aumento dal 25% al 30% dei dazi sui 250 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina che sarebbe dovuto scattare domani.

Come però ha chiarito un secondo protagonista dei colloqui commerciali, il Rappresentante Usa al commercio Robert Lightizer, nessuna decisione è stata presa sui nuovi dazi su altri 160 miliari di dollari di merci cinesi che dovrebbero entrare in vigore il prossimo 15 dicembre. Né sono stati fatti passi indietro sulle tariffe introdotte nei mesi precedenti, che colpiscono attualmente 360 miliardi di dollari di beni prodotti in Cina destinati al mercato Usa.

La ragione di ciò è presto detta e l’ha colta bene Patrick M. Cronin, analista dell’Hudson Institute, in un commento scritto per The Hill. Al di là degli effetti speciali, quello raggiunto venerdì è per Cronin un accordo “magro” (skinny) che affronta solo in parte, e dunque non risolve una volta per tutte come l’amministrazione Trump si era proposta all’alba della guerra commerciale, quelli che l’influente consigliere di Trump sulle questioni del commercio, Peter Navarro, ha definito i “sette peccati capitali” del modello economico cinese: questioni come il furto di tecnologie e della proprietà intellettuale, la manipolazione della valuta, l’accesso asimmetrico ai rispettivi mercati, fino ai sussidi e al sostegno dello Stato ai campioni nazionali della manifattura.

Quella degli Usa sembra dunque una sorta di rinuncia ai grandi disegni di riforma integrale, da perseguire in un colpo solo, del sistema capitalistico cinese, sostituiti da un approccio graduale che è ben visibile nella scelta del termine “fase uno”. A chiarire il senso della svolta ci ha pensato lo stesso Trump, sottolineando durante l’incontro alla Casa Bianca con Liu che “farlo (l’accordo con la Cina) in sezioni, in fasi, è davvero meglio. (…) Così avremo o due, o tre fasi”.

Sia come sia, in questa fase 1 i due contendenti sembrano fare dei piccoli passi in avanti su alcune questioni dirimenti, anche se al momento solo in forma verbale. Lo ha confermato lo stesso Mnuchin, parlando di un “accordo fondamentale su alcuni temi chiave” che richiederà almeno cinque settimane di ulteriore lavoro per poter essere sigillato e trascritto.

Tra gli elementi sui cui si sarebbe registrata una prima convergenza, l’Associated Press segnala l’impegno di Pechino ad essere più trasparente nella gestione della sua valuta.

Si tratta di un tema non di second’ordine visto dalla prospettiva di un paese, gli Usa, che da tempo accusa la Cina di barare con lo yuan per mantenere il proprio margine competitivo, e che ad agosto ha fatto addirittura il passo choc di designare formalmente Pechino come un “manipolatore di valuta”.

Tra gli altri elementi di questa intesa embrionale ci sarebbe poi, sempre a detta di Mnuchin, la decisione di Pechino di aprire il proprio mercato alle banche e ai servizi finanziari Usa.

Secondo le fonti di Reuters, si sarebbe registrato un avvicinamento anche sulla questione della proprietà intellettuale, dove sarebbero allo studio delle misure di protezione del copyright e del trademark e specifici provvedimenti anti-pirateria.

A rimanere fuori da questa cornice è invece il nodo Huawei. “Non è parte di questo accordo”, ha confermato Lightizer, parlando di un “processo separato” e facendo dunque intuire che gli Usa si riservano di usare la disputa sul colosso delle tlc cinesi come il classico bargaining chip. 

Sebbene sia presto, dunque, per vedere la luce in fondo al tunnel della guerra commerciale, questo barlume non solo schiude la porta a sviluppi positivi, ma ha l’effetto di riportare il barometro dei rapporti tra Usa e Cina verso il bel tempo. Con la consueta enfasi, Trump si è spinto a parlare di una vera e propria “lovefest” tra i rispettivi Paesi,  mentre persino il più cauto Liu, rimarcando “i sostanziali progressi in molti campi” raggiunti negli ultimi giorni, si è detto “felice”.

E ci sarebbe già il luogo e la data per far compiere ulteriori progressi al negoziato e, magari, portarlo a conclusione con un onorevole compromesso: si tratta del summit APEC che si terrà in Cile il mese prossimo. Bruciando tutti sul tempo, la reporter della CNN Cristina Alesci ha rivelato su Twitter che i cinesi hanno invitato Lightizer e Mnuchin ad approfittare del vertice per un nuovo giro di colloqui.

E giacché a Santiago del Cile è prevista anche la presenza sia di Trump che del collega cinese Xi, c’è già chi scommette che i due ne approfitteranno per apporre la propria firma all’intesa e far scoppiare la pace.

Ma come insegna il saggio, mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato.

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