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Vi racconto la guerra fra penne su magistrati e vaccini

Draghi Conte

Che cosa si dice sui giornali della bizzarra iniziativa dei magistrati sui vaccini. I Graffi di Damato

 

Non c’è giornale – o quasi, come vedremo – che non abbia messo in prima pagina la vicenda del sindacato dei magistrati costretto, di fronte all’indignazione generale, anche di alcune celebri firme della magistratura come quelle di Carlo Nordio e di Antonio Di Pietro, a fare marcia indietro, o di lato, dopo avere minacciato qualcosa di simile allo sciopero per reclamare la precedenza nelle vaccinazioni. Che peraltro era stata sollecitata alla Protezione Civile da Alfonso Bonafede negli ultimi giorni di ministro dimissionario della Giustizia, a febbraio.

Titoli e commenti alternano rabbia, ironia, sarcasmo e quant’altro: dalla convinzione, per esempio, di Vittorio Feltri, su Libero, che in fondo sia meglio vedere i magistrati scioperare che lavorare perché non lavorando “non fanno guai”, al richiamo del figlio Mattia, sulla Stampa, al famoso “io sò io” lasciando sottinteso, sulla lingua dei magistrati in agitazione, il resto. Che suona molto volgarmente così in romanesco stretto: “voi non siete un cazzo”. E mi scuso naturalmente con chi mi legge.

Si passa, fra l’altro, dal perentorio invito del Tempo ai magistrati a mettersi in fila alla “pandemia giudiziaria” del Foglio, rigorosamente in rosso perché non sfugga al lettore. Ma consentitemi di tornare su Carlo Nordio, ormai in pensione ma sempre sulla breccia a scrivere di argomenti come questi, per riportarne – oltre al “disgusto” e alla “ribellione” avvertita di fronte alla minaccia di sostanziale sciopero, equiparata a “manifestazione di presunzione sconfinante nell’arroganza”- la “sorpresa per un atteggiamento che farà precipitare la credibilità delle toghe nella considerazione generale, ammesso che ci sia ancora lo spazio per precipitare dopo le rivelazioni di Palamara”. Grazie alle quali abbiamo trovato tutti conferma, con dovizia di particolari, del traffico di influenze contestato come reato a qualunque disgraziato che abbia procurato un posto ad un disoccupato con una raccomandazione, ma praticato come segno di autonomia e di indipendenza nella gestione delle carriere giudiziarie.

Veniamo adesso al “quasi” cui ho accennato all’inizio per segnalarvi che non sono stati proprio tutti i giornali ad avvertire la gravità di questa vicenda portandola sulle loro prime pagine. Non ha avvertito questa gravità, per esempio, la nave ammiraglia della flotta di carta stampata anti-casta, anti-privilegi, anti-abusi eccetera, eccetera. Mi riferisco naturalmente al Fatto Quotidiano, che ha preferito continuare a portare, o a mantenere, come preferite, in prima pagina come un’ossessione i viaggi all’estero di Matteo Renzi o le sparate dell’altro Matteo, cioè Salvini. Cui, in un tratto di sorprendente generosità, ha riconosciuto a Mario Draghi in una vignetta il merito di avere tirato le orecchie facendogliele diventare rosse, come fece a suo tempo l’intrepido Giuseppe Conte, quando lo aveva quasi sopra di sé come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

Però con Draghi il direttore del Fatto è tornato pungente nel suo editoriale per avvisarlo, naturalmente “nel suo bene”, dei danni che gli procurano “gli amici di lingua” che ne scrivono così goffamente compiaciuti da diventare “i suoi peggiori nemici”. Temo che ci sia, a insaputa dell’interessato, come capitò a Cristoforo Colombo di scoprire l’America cercando le Indie, dell’autobiografico e del pentimento per i tanti cattivi servizi resi a Conte scrivendone così bene quando stava a Palazzo Chigi, ma – a dire il vero – anche ora che non c’è più, rimpiangendolo quasi in lacrime.

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