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Il mondo va verso una guerra “archeofuturista”?

Archeofuturista

L’intervento di Salvatore Santangelo

 

40 anni di scritti di Guillaume Faye “a difesa della Civiltà Europea”. Adriano Scianca li ha raccolti in “Dei e potenza. Testi e interviste per la riconquista europea” (1979-2019), da poco arrivato in libreria per Altaforte, con un saggio introduttivo dello stesso Scianca che permette di comprendere al meglio l’attualità dello scrittore francese morto nel 2019. Siamo di fronte al viaggio ideale dell’ex enfant terrible della Nuova destra francese che creò il concetto di Archeofurismo, si affrontano temi che vanno dalla rilettura della spiritualità europea alla decostruzione del dominio occidentale: su ogni argomento Faye presenta un’analisi originale, ricca di stimoli e provocazioni.

Scorrendo gli articoli, si assiste anche all’evoluzione del pensiero dello scrittore, per esempio sulla questione migratoria e islamica: dall’alleanza euro-araba proposta nei primi anni Ottanta a una visione dell’Islam che sembra ricalcare quella proposta da Huntington incentrata sullo “scontro delle Civiltà” che a distanza di alcuni decenni – da quando è stata formulata – appare in realtà finalizzata – dopo la scomparsa dell’Urss e della sua minaccia ideologica-militare – a tenere mobilitata l’America e possibilmente il resto dell’Occidente dietro di essa. La debolezza “teorica” di questo approccio è evidente: la saldatura islamico-confuciana (cardine di tutta l’analisi) non si è verificata, e conseguentemente il mondo islamico da solo non può certamente costituire una minaccia credibile.

Tra l’altro, come dimostra la vicenda dell’invasione russa dell’Ucraina e ancor prima la Guerra dei Trent’anni e le due Guerre mondiali, i conflitti più devastanti tendono a deflagrare in spazi di Civilizzazione molto simili. Per cui, un grande storico come Nolte non ha avuto difficoltà nell’utilizzare la categoria di Guerra Civile Europea: nel Primo conflitto mondiale tra nazioni e imperi, nella Seconda tra universi ideologici, e oggi – a mio parere – tra globalisti e antiglobalisti.

Quello che è interessante e recuperabile del discorso di Guillaume Faye è invece l’esigenza di pensare e prepararsi ad affrontare conflitti “archeofuturisti”: violenti, spietati e senza limiti. Non si scontreranno tra loro solo Stati, ma vi sarà uno shock titanico: “A dispetto di una crescita fallace e fragile, la globalizzazione ha generato un caos sociale che si va aggravando: affermazione improvvisa di colossali metropoli-fungo che divengono giungle infernali; coesistenza di un pauperismo molto prossimo alla schiavitù con ricche e arroganti borghesie autoritarie e minoritarie appoggiate da eserciti di polizia privata destinati alla repressione interna; distruzione accelerata dell’ambiente; ascesa dei fanatismi socio-religiosi”.

Un punto di approdo a cui era giunto anche Gianni Vattimo: “È la guerra antica quella che, con radici bibliche e cristiane, si ritiene “giusta” perché pensa il nemico come infedele; la guerra “westfaliana” è invece regolata dal principio di non ingerenza e del rispetto dei confini; ma oggi dopo Norimberga, e sempre più dopo il Kosovo, l’Afghanistan, l’Iraq, la guerra riscopre (con una sorta di logica post-moderna) la sua fisionomia primitiva. Dalla rivoluzione d’Ottobre in poi, attraverso la Guerra fredda, le forze che si combattono sono le forze dell’insorgenza e della controinsorgenza, rivoluzione contro ordine costituito». Incomberebbero quindi simultaneamente i pericoli di una “guerra globalizzata” e di una insurrezione essa stessa globale. Ma per Faye, di fronte al formidabile ciclone che s’annuncia, l’impreparazione della società occidentale è totale: una classe politica cieca o indifferente; intellettuali chiusi nelle loro torri d’avorio. Faye non risparmia neanche i vertici militari, “Perché noi siamo entrati nell’era della “guerra totale”, lì dove non esistono più regole e ogni mezzo è utile. La guerra è affare di volontà molto più che di mezzi tecnologici. Questa sopravvalutazione della tecnologia da parte dell’Occidente può costargli caro”.

Quali sono, dunque, le forme della guerra a venire? “I colpi non verranno solo da uno Stato preciso e individuabile. I militari sono ghiotti di armi ipersofisticate. Ma sono in ritardo di una guerra. Il futuro sarà infatti in Europa uno sgradevole misto di guerra terrorista astuta e di guerra civile”. In Ucraina siamo concentrati sulle carcasse fumanti dei carri armati ma è già in atto una dinamica di questo tipo: la globalizzazione economica, sospinta anche dall’avanzamento tecnologico che a sua volta viene dalla stessa alimentato, cambia radicalmente le carte in tavola e aggiunge nuove dimensioni ai conflitti, sottraendoli spesso ai militari e ai professionisti delle tecnostrutture propriamente vocate a presidiare le dimensione e la sfera della Difesa: oggi non esiste più un campo di cui la guerra non possa servirsi, e non vi è quasi nessun ambito che non abbia fatto proprio il suo modello offensivo.

L’elenco delle dimensioni possibili – come aveva intuito Faye – si estende a dismisura, i conflitti sono diventati: finanziari, informatici, commerciali, ecologici, di intelligence, mediatici. Spetta all’analista russo Leonid Savin il merito di aver introdotto un’ulteriore categoria, quella della guerra “a Coaching” e lo ha fatto nel suo volume “La nuova arte delle guerra” (Idrovolante Edizioni), in cui l’autore afferma che “l’uso delle nuove tecnologie – come i social network, le infiltrazioni religiose e i flussi transnazionali (e tra questi le attività dei media) possono dispiegare tutto il loro potenziale proprio grazie alla Coaching War”, intesa come il sistema in grado di coprire tutte le componenti dei nuovi conflitti.

Il costante e appassionato contributo di Faye nel decifrare il nuovo volto del Dio della guerra che domina appunto – con la frammentazione e parcellizzazione – tutta una serie di dimensioni di cui soltanto a pochi è manifesta la natura scopertamente polemica e polemogena. Il suo impegno prometeico si è manifestato nel fare sì, in una parola, che il polemos potesse diventare logos e questo ancor più in un volume che aspetta e merita di essere tradotto e presentato al pubblico italiano: “Avant-guerre. Chronique d’un cataclysme annoncé” (L’Aencre).

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