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Grecia, tutte le sfide di Mitsotakis su economia, fisco e immigrazione

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Mitsotakis ha promesso snellimento dell’apparato pubblico, lotta al clientelismo, privatizzazioni, liberalizzazioni, taglio delle tasse per aziende e proprietà, investimenti nell’innovazione. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

 

Alla fine i sondaggi hanno funzionato anche in Grecia e i risultati delle urne hanno ricalcato, voto più voto meno, le previsioni delle ultime settimane. Nessuna sorpresa: dopo 4 anni e mezzo di rivoluzione, prima annunciata poi rinnegata, Alexis Tsipras chiude la sua stagione di governo, almeno per ora. A prendere in mano le redini della Grecia è Kyriakos Mitsotakis, cinquantunenne leader di Nea Demokratia, il partito conservatore che negli anni Novanta aveva trascinato il paese nella crisi finanziaria: a lui e alla sua forza politica in buona parte rinnovata i greci affidano il compito di imboccare una strada diversa per uscire dalla crisi infinita.

Alla ricerca di un orizzonte oltre le strette delle politiche di austerity

Sembra una sorta di ritorno al futuro. La speranza è sempre quella di cinque anni fa, quando Tsipras sbaragliò il sistema politico tradizionale sospinto a furor di popolo: scrollarsi di dosso la tristezza della crisi, immaginare un orizzonte oltre i diktat della Troika. Dopo una breve danza sull’orlo della Grexit, Tsipras ha però allontanato gli elementi più radicali del suo governo allineandosi alle direttive dell’Europa a trazione tedesca: la Grecia ha evitato il collasso ma, se la crisi è stata lunga, la ripresa lo è ancor di più. Così nel paese sono tornate suadenti le ricette del liberalismo moderato e modernizzatore che Mitsotakis ha promesso nei suoi comizi in queste lunghe settimane elettorali: snellimento dell’apparato pubblico, lotta al clientelismo, privatizzazioni, liberalizzazioni, taglio delle tasse per aziende e proprietà, investimenti nell’innovazione. Meno timidezze rispetto a Tsipras nella riduzione della spesa pubblica e utilizzare i margini ora concessi da Bruxelles per attirare gli investimenti dall’estero, dare impulso alla produttività e creare le condizioni perché i tanti disoccupati (soprattutto giovani) e gli esodati dall’amministrazione pubblica vengano assorbiti dal settore privato.

Grecia in controtendenza: la voglia di normalità premia un partito tradizionale e ricette neoliberiste

Suona molto anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, quando l’ondata liberista si espandeva un po’ dovunque sull’onda delle rivoluzioni tatcheriane e reaganiane. Ricette poi messe in dubbio proprio allo scoppio della grande crisi, ritenute colpevoli di aver accelerato una globalizzazione senza regole e di aver aperto la strada allo strapotere della finanza e delle multinazionali sulla politica e sui governi nazionali. E che ora tornano vincenti proprio nel paese che ha sì sofferto la crisi più dura, ma che vi era entrato con squilibri socio-economici così pesanti da aver reso tutto più difficile. L’uomo che inaugurerà in Grecia la stagione del post-populismo è un liberale conservatore, moderato e centrista, che intercetta una richiesta nuova, eppure legittima e comprensibile dopo dieci anni e passa di turbolenze drammatiche: quella della normalità. Così mentre altrove si accentuano le spinte particolaristiche e populistiche (di destra e di sinistra), con l’ascesa di partiti monotematici un tempo minori e il crollo dei vecchi partiti di massa totalizzanti, sulle sponde dell’Egeo torna in auge una forza tradizionale. Nea Demokratia ottiene addirittura il 40 per cento, percentuale che altre forze conservatrici possono al momento solo sognare, conquista la maggioranza assoluta dei seggi che gli consentirà di governare da solo e imposta la sfida alla recessione sulla base di precetti neoliberisti.

Il peso della questione migranti

Sul piano sociale non va trascurato un altro tema che ha squassato in molti paesi il sistema dei partiti tradizionali (e in Gran Bretagna ha dato forse il colpo di reni decisivo per la Brexit): l’immigrazione. Il flusso per entrare in Europa attraverso la Grecia non si è mai completamente arrestato, l’accordo stilato dall’Ue (in realtà da Merkel) con la Turchia è, secondo le autorità greche, un colabrodo, il paese in crisi ha potuto destinare poche risorse all’accoglienza e alla gestione burocratica dei migranti e così la popolazione, specie nelle isole egee vicine alla Turchia, ha perso la pazienza e ha votato Mitsotakis che promette più legge e ordine.

La sfida più difficile: resistere alla tradizione clientelar-familista dei partiti greci

Ora il nuovo premier è atteso alla prova più difficile, quella che tutti i capi di governo degli ultimi decenni hanno in Grecia fallito: quella del buon governo e dell’applicazione delle promesse fatte. Il mondo economico e finanziario ha lanciato segnali di speranza, la borsa di Atene ha inanellato una seduta record dietro l’altra da quando il voto europeo di oltre un mese fa aveva fatto intravedere la svolta vicina. C’è la convinzione che solo una politica finalizzata all’aumento della produttività e alla crescita economica possa strappare i giovani dal doppio destino della disoccupazione e dell’emigrazione. C’è da mobilitare un ceto medio nuovo che ha una gran voglia di scrollarsi di dosso gli aggettivi negativi che da anni si accompagnano a qualsiasi cosa sappia di Grecia. C’è da rimettere in moto i grandi progetti infrastrutturali, in parte fermati dalla crisi, in parte messi da parte da Tsipras per diffidenze ideologiche. E augurarsi che Mitsotakis sia capace di sfuggire alla tradizione clientelar-familista che in Grecia non ha risparmiato nessun partito, a cominciare dal suo. I primi mesi saranno decisivi per capire se la carta Mitsotakis potrà funzionare o sarà stata l’ennesima illusione. E se Atene può indicare una diversa via ai paesi europei ancora impigliati in economie stagnanti o se tornerà a percorrere la strada senza orizzonte (oggi neppure elettorale) delle clientele e dell’immobilismo.

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