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Governo Conte-Salvini-Di Maio o Asilo Mariuccia? I Graffi di Damato

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Che cosa succede nel governo giallo-verde? Le ultime baruffe commentate dal notista politico Francesco Damato

 

Riesumato dall’insospettabile Marco Travaglio ai primi e già rovinosi tempi della giunta grillina monocolore di Virginia Raggi per indicarla come modello della nuova amministrazione capitolina, l’Asilo Mariuccia è ormai diventato un quasi sinonimo del governo gialloverde di Giuseppe Conte. Lo è diventato con tutte le immagini dell’infantilismo che evoca nel pubblico, e con tutte le scuse dovute ai generosi creatori dell’omonima Fondazione, istituita nel 1901 a Milano dalla famiglia Majno in memoria e onore della congiunta Maria, morta di difterite a 13 anni.

Il rimando all’Asilo Mariuccia aiuta a capire, e sotto certi aspetti da ottimismo gramsciano anche a valutare conservando la pressione bassa e aspettando fiduciosamente il passaggio della famosa “nottata” di Eduardo De Filippo, le cronache giornalistiche sul governo. Che si dividono nei titoli di prima pagina fra “doppia sfida”, “ferri corti”, “tensioni”, “minacce”, “micce accese”, e persino -con qualche fraintendimento- la scoperta di ordigni missilistici a prima vista nel cortile di qualche Ministero o dello stesso Palazzo Chigi, poi rivelatosi per fortuna un sito più modesto.

Nell’Asilo di Mariuccia del governo gialloverde la parte del protagonista, o del discolo più attivo, la sta facendo con una evidenza troppo forte per essere ignorata il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che quanti più problemi crea o subisce, perché ne subisce sicuramente oltre a crearne, in Italia all’estero, dall’Atlantico agli Urali, più mostra di sentirsi a suo agio, con una una sola g, intesa come comodità o divertimento.

Ancora qualche sforzo, vedrete, magari con la comparsa all’orizzonte del primo porto italiano di un’altra nave piena di migranti a destinazione unica e controllata, quella appunto italiana, e Salvini indosserà qualcuna delle felpe specialissime che ha nel suo appartamento ministeriale di servizio, di fronte alla residenza dell’”impresario” Silvio Berlusconi, come da sempre Eugenio Scalfari definisce il Cavaliere di Arcore, prenderà le sembianze di un orso e salverà, dirottandone gli inseguitori, il povero M49. Che non è la sigla di un missile, per fortuna, ma solo quella dell’animale fuggito dalla riserva blindatissima in cui le guardie forestali e simili si erano illusi di averlo finalmente neutralizzato.

Fra le caratteristiche non comuni, davvero speciali di Salvini, magari decisive anche a fargli conquistare coma fidanzata la bella e giovane figlia di Denis Verdini, uomo di simpatico carattere fumantino e molteplici relazioni politiche, c’è la predilezione del piatto della vendetta non nella versione fredda, addirittura prescritta dai cuochi più tradizionalisti, in Toscana e altrove, ma in quella calda, o addirittura bollente, sconsigliata o aborrita dagli specialisti.

Caldissimo, per esempio, è il piatto della vendetta servito e consumato al Viminale dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno all’incontro con le cosiddetta parti sociali per il bilancio e la legge di stabilità finanziaria del 202°- già avvertito come “uno sgarbo” a Palazzo Chigi da Giuseppe Conte- facendosi affiancare a sinistra, la parte del cuore, dall’ex sottosegretario leghista Armando Siri. Che è stato allontanato rumorosamente, a dir poco, dal governo perché indagato per corruzione nella Procura di Roma ma è rimasto deputato e promosso, o confermato, come l’esperto, responsabile e quant’altro del partito nella materia più calda ed elettoralmente vitale del Carroccio: la tassa cosiddetta ma davvero piatta.

Della presenza di Siri – che nella sua Genova peraltro è un nome importante, ereditato da un Cardinale senza il cui assenso o dissenso inoffensivo nulla una volta poteva davvero accadere, neppure il crollo di un ponte -ha cercato di fare un caso o incidente politico il vice presidente del Consiglio grillino Luigi Di Maio prendendosela non tanto con Conte, contento di avere preso come pretesto proprio quell’episodio per declassare l’incontro a livello politico e non istituzionale, quanto con i sindacati. Che, praticamente accusati di essersi rivelati insensibili alla cosiddetta questione morale, avvertita invece da Di Maio ad ogni angolo di strada e rumore di starnuto, hanno però reagito facendo spallucce, a cominciare da quelle più mobili e provate di Maurizio Landini, il nuovo capo della Cgil.

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