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Perché il governo, tra agricoltura e tasse, è partito col piede sbagliato. La voce delle pmi italiane

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Il Presidente Sergio Mattarella in occasione della cerimonia di giuramento del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e dei membri del nuovo Governo (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Finora tanti propositi e annunci a raffica, ma poche, buone notizie. Perché il governo si accanisce con noi piccoli imprenditori? L’intervento di Giuseppe Spadafora, vicepresidente di Unimpresa

Le prime mosse di questo governo non vanno verso la giusta direzione. Basta analizzare due dossier, quello relativo all’agricoltura e quello fiscale per capire che le intenzioni non sono positive.

Partiamo dal trattato Ceta che l’esecutivo intendete ratificare. Ecco le conseguenze: i piccoli imprenditori agricoli corrono il rischio di chiudere, mentre per i grandi gruppi la situazione è assai diversa. Stesso discorso per chi ha ottenuto le certificazioni di prodotto di qualità e di tutela, ma con alcune eccezioni rilevanti, poiché l’elenco di prodotti inseriti nell’accordo Ceta prende in considerazione, nell’80% dei casi, prodotti del Nord Italia. Una distinzione territoriale pericolosa che amplia lo spread tra le regioni settentrionali del Paese e quelle meridionali. E i cittadini? Mangeranno pasta fatta con grano non italiano, trattato chimicamente.

Passiamo al fisco e cominciamo dalla cancellazione della proposta relativa alla flat tax: i big industriali e le holding finanziarie continueranno a pagare il 5% sugli utili, mentre artigiani, piccole imprese e partite Iva – alla faccia dell’equità fiscale e alla progressività del prelievo tributario – saranno tosati con una tassazione fino al 64% dei ricavi, tra imposizione diretta e indiretta.

Tutto ciò sembra importare poco alla nuova maggioranza che studia una curiosa tassazione sul contante. Una misura indolore per le grandi aziende e i player finanziari, piuttosto disinvolti a movimentare denaro su conti esteri, dunque immuni da qualsiasi giro di vite sul cash. Che, invece, sembra costituire un bel regalo per le banche, ingolosite dalla possibilità di mettere le mani su 1.400 miliardi di euro, di cui oltre 1.000 in mano alle famiglie. A pagare il conto saranno artigiani e piccole imprese, soprattutto bar, ristoranti e alberghi: per questi soggetti, infatti, per ciascun versamento o prelievo superiore a 10.000 euro al mese scatterà un balzello pari al 2%, senza dimenticare il rischio di subire verifiche a tappeto da parte dell’amministrazione finanziaria con tanto di conti bancari bloccati.

Insomma, finora tanti propositi e annunci a raffica, ma poche, buone notizie. Perché il governo si accanisce con i piccoli imprenditori? Perché, ancora una volta, si ignora che la piccola imprese contribuisce a generare oltre il 60% del prodotto interno lordo italiano, coprendo una fetta rilevante del gettito tributario complessivo, a cui poi si attinge anche per pagare gli stipendi della pubblica amministrazione?

La soluzione, a nostro avviso, va cercata proprio nelle azioni opposte a quelle che vuole intraprendere il governo che si è appena insediato. Serve, tanto per fare altri esempi concreti di esigenze reali, maggiore credito alle aziende del Sud: ciò perché oggi le banche, nel meridione d’Italia, raccolgono 100 e restituiscono sul territorio 70 con l’aggravante che i tassi sui prestiti sono più alti rispetto al Nord di oltre un punto percentuale. E serve pure un investimento importante in infrastrutture tecnologiche e fisiche. Occorre considerare i patrimoni architettonici obiettivo primario con finanziamenti al settore.

È indispensabile, poi, una svolta sulla valorizzazione dei territori e c’è da sperare che il Sud Italia non venga più considerato colonia del Nord. Se il Paese ambisce ancora a giocare un ruolo da potenza industriale, la ricetta è questa. Qualsiasi altra direzione, ci porta nelle sabbie mobili.

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