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Golpe in Venezuela, un poker con bluff? L’analisi di Zanotti

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Alla luce del giorno dopo, il tentato colpo di Stato in Venezuela appare un gioco di specchi e di spie. E la crisi continua…

C’è infine una spiegazione per i drammatici quanto confusi avvenimenti di ieri in Venezuela. E non si riduce allo shakespeariano “molto rumore per nulla”.

La crisi non dà respiro, la situazione rimane tesissima, a rischio di tragedia. Parallela e nascosta, una guerriglia ad altissima intensità psicologica, zeppa d’inganni e menzogne chiamati disinformazione, oppone senza tregua governo e opposizione dietro i cortei, gli scontri di piazza, i comizi-lampo che da Caracas l’informazione internazionale proietta sugli schermi di telefoni cellulari, Tv e computer del mondo intero.

E’ speculare a quella visibile e illuminata da telecamere e microfoni. Ma al suo contrario evita la folla, il rumore, ogni ostentazione. Si serve di parole insinuanti o apertamente minacciose, lusinghiere o terrificanti, rivolte a personaggi preselezionati, tutti con alte responsabilità politiche, militari o economiche, non esclusivamente venezuelani, e dei quali si dispone di dettagliate biografie, comprensive di virtù e – soprattutto – difetti, debolezze che li possono rendere più o meno esposti alla compiacenza o al timore per la propria sorte o quella di familiari, in una parola: ricattabili.

Questa guerriglia psichica è anche altamente tecnologica e mobilita migliaia di specialisti dagli Stati Uniti alla Russia e alla Cina passando per i consiglieri militari cubani di Maduro, senza escludere intermediari terzi. Né estemporanee uscite allo scoperto di autorità ufficiali, come quella con cui niente meno che Mike Pompeo, segretario di Stato di Donald Trump, ha affermato che il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato ieri sul punto di fuggire in aereo da Caracas e sarebbe stato trattenuto solo da un irremovibile consiglio giuntogli telefonicamente da Mosca. A cui si aggiunge la leggerezza con cui certi organi d’informazione parlano di guerra civile in atto.

E’ possibile (qualcuno lo dà per certo) che nel vorticare spesso convulso di consultazioni telefoniche in cui la sincerità è l’ultima preoccupazione degli interlocutori, ci s’inganni vicendevolmente e finisca che nessuno abbia le idee chiare. Quando John Bolton, consigliere alla Sicurezza di Trump, dice di aver consultato a Caracas il comandante della Guardia Nazionale, Rafael Hernandez, il presidente della Corte Suprema, Mikael Moreno, e il ministro della Difesa, generale Vladimir Padrino, lascia intendere chiaramente di aver ottenuto il loro assenso alla rinuncia di Maduro. Smentita poi dai fatti, oltre che dallo stesso generale Padrino.

Né sembra opinabile che consapevole o meno, ieri, il presidente della Camera Juan Guaidó ha indotto molti venezuelani a credere di essere entrato nella munitissima base aerea militare Francisco de Miranda, a La Carlotta, dunque di aver fatto un salto strategico forse decisivo nell’azione di forza avviata di primo mattino. Mentre ne era stato immediatamente respinto. Un video diffuso a più riprese lo mostrava davanti alla base accanto a Leopoldo Lopez, il capo storico del comune gruppo politico Voluntad Popular, liberato dagli arresti domiciliari grazie alla complicità di un gruppo di agenti della famigerata polizia politica (Sebin).

Caracas è ancora percorsa oggi da manifestanti contrari al governo, dispersi in alcuni punti della città dalla Guardia Nazionale, ci sono spari e si vedono fumi d’incendi. Ma per ora, fortunatamente, non viene segnalato nessun episodio luttuoso. Leopoldo Lopez s’è rifugiato con la famiglia nell’ambasciata di Spagna. Al pari degli altri dirigenti più in vista delle opposizioni, preoccupati dalla repressione promessa ieri da Maduro, Guaidó si mantiene defilato ma non cessa di rivolgere appelli ai militari affinché si sommino al suo movimento. Ma da entrambe le parti le manovre più audaci continuano a svolgersi nell’ombra.

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