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Gli amori di fatto tra Renzi e Grillo anti elezioni anticipate

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Cdp Eni nomine

Le convergenze parallele tra Italia Viva di Renzi e Movimento 5 Stelle di Grillo

A Matteo Renzi piace la mossa del cavallo. Lo abbiamo capito. L’ha usata anche come titolo del suo ultimo libro, per adesso, in cui è ricorso al gioco degli scacchi anche per spiegare, anzi rivendicare il merito della svolta impressa nella scorsa estate al Pd, di cui faceva ancora parte, non lasciando più solo il povero Dario Franceschini a sostenere un’intesa di governo con gli odiati grillini.

Oltre a stancarsi, forse, di mangiare la quantità industriale di pop corn ordinata dopo le elezioni politiche del 2018 per godersi all’opposizione lo spettacolo dei pentastellati al potere, Renzi si spaventò all’idea di elezioni anticipate vinte a mani basse dall’altro Matteo, cioè Salvini, e spinse per un capovolgimento delle alleanze. Cui diede come obiettivo supplementare al mancato scioglimento anticipato delle Camere l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale nel 2022. Non si spinse oltre.

Fu quando si accorse che il segretario Nicola Zingaretti cominciava a scavalcarlo nel progetto, indulgendo alla natura addirittura “strategica” del nuovo rapporto con i grillini, che Renzi uscì dal partito e ne improvvisò uno tutto suo per sorvegliare che le cose non precipitassero in quella direzione, e rimanessero nei confini di un’esperienza a tempo.

Da vecchio cronista di vicende democristiane, che sono poi le stesse in cui era cresciuta la famiglia di Renzi, ebbi addirittura la tentazione di paragonare il giovane leader di Italia Viva ad Aldo Moro. Che, diversamente dalla rappresentazione ormai comune che se ne fa per le circostanze in cui fu prima rapito e poi ucciso dalle brigate rosse contrarie al cosiddetto imborghesimento del Pci, aveva concepito l’accordo di maggioranza con i comunisti come provvisorio. E quando si accorse che il suo pur amico Benigno Zaccagnini come segretario della Dc e Giulio Andreotti come presidente del Consiglio erano tentati da una prospettiva più forte e stabile, si mise di traverso. Egli impedì, per esempio, all’uno e all’altro di pagare come prezzo del passaggio del Pci dall’astensione al voto di fiducia l’esclusione dal governo monocolore democristiano dei ministri Antonio Bisaglia e di Carlo Donat-Cattin. Le cui teste erano state chieste da Berlinguer per la loro forte esposizione, all’interno della Dc, nel contrasto agli sviluppi della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale. Lo stop di Moro fu tale che Zaccagnini gli preannunciò riservatamente le dimissioni da segretario e nel Pci crebbe una rivolta fermatasi solo di fronte al tragico sequestro di Moro proprio la mattina del giorno della fiducia al governo.

In quella lettura dei fatti del 1978 e dell’autunno del 2019 fui portato non solo a capire ma anche a condividere entrambe le mosse del cavallo di Renzi, intraviste ancora nell’intervista recentissima dell’ex segretario del Pd al direttore del Dubbio Carlo Fusi. Ma evidentemente non avevo messo nel conto la estrema mobilità del cavallo di Renzi. La cui imprevedibilità rischia l’ossimoro della prevedibilità.

In una intervista appena pubblicata da Repubblica ho visto che Renzi ha allungato la prospettiva dell’intesa di governo con i grillini, con o senza Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, cui comunque ha riconosciuto di avere aperto “una nuova fase” nei rapporti con Italia Viva. L’ha allungata anche oltre la scadenza del Quirinale del 2022, quando dovrà essere evitata l’elezione di un presidente della Repubblica sovranista: una specie di copia italiana del premier ungherese Viktor Orban.

Scongiurata anche questa evenienza, Renzi ha posto sul tappeto “un patto di maggioranza” con i grillini assegnandogli “il traguardo della legislatura”. Che dovrà pertanto arrivare alla scadenza ordinaria del 2023: cosa senz’altro utile, per carità, sia ai grillini che ai renziani, accomunati dalla circostanza di essere, diciamo così, sovrarappresentati nell’attuale Parlamento. I primi, per quanti deputati e soprattutto senatori abbiano già perduto per strada, portando ormai a Palazzo Madama la maggioranza sotto ogni livello di guardia, come ha appena dimostrato la bocciatura, nella sede opportuna, dei tagli apportati trionfalisticamente nel 2018 ai vitalizi degli ex parlamentari, continuano ad essere la forza politica più consistente delle Camere. I renziani, senza voler condividere lo sprezzo di quanti li accusano di avere più seggi parlamentari che voti, non riescono a tradurre nei sondaggi la loro pur notevole visibilità politica, con lo stesso Renzi a cavallo ogni giorno, in cifre consone al ruolo di protagonisti o di ago della bilancia che si sono proposti. Vedremo cosa succederà nelle elezioni regionali del 20 settembre prossimo, in cui il partito di Renzi potrebbe giocare anche in campo diverso dal Pd.

Ditemi quello che volete, mi facciano pure le dovute lezioni i costituzionalisti del principe, ma con i problemi che ha il Paese, peggiorati dagli effetti della pandemia virale, non credo salutare per la democrazia italiana la prosecuzione ad ogni costo, anche oltre la delicata scadenza del Quirinale, di un Parlamento in cui i rapporti di forza non riflettono più la realtà politica del Paese. E la cui legittimità, salvo altre sorprese, risulterà ulteriormente indebolita in autunno col referendum che ne ridurrà di molto i seggi.

Tutto, per amor del cielo, si può fare nel rispetto formale delle leggi ordinarie e delle norme costituzionali, ma a tirare troppo la corda si rischia di spezzare anche quella che sembra la più solida.

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