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Meloni, i giornalisti e le polemiche a senso unico

Lega

A quale altro premier i giornalisti si sono rivolti con la stessa durezza riservata a Meloni? La nota di Paola Sacchi

 

Goffredo Buccini, firma di punta del Corriere della sera, dopo aver premesso che “Tutto mi divide da Gorgia Meloni”, molto onestamente però in un tweet riconosce che “è da pazzi rimproverarle di essersi risentita e avere reagito per l’ingiuriosa forma di una delle domande (“le ha insegnato…?”) in conferenza stampa”.

Conclusione della firma del Corsera: “Ma a quale premier ci rivolgeremmo così?”.

La “vecchia” cronista-inviata politico-parlamentare fruga nella sua memoria, va a ritroso nel tempo e non riesce a trovare certi toni nei confronti di un premier come quelli usati ieri. Chi le chiede se lo scontro con la Francia “le abbia insegnato qualcosa”, citando anche un tweet del vicepremier, seduto accanto, Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, che avrebbe contribuito addirittura a scatenare quelle accuse pesanti, al limite dell’insulto, dei francesi. Un altro addirittura le consiglia di accorciare l’illustrazione della manovra di Bilancio per poter rispondere a più domande. Ma a quale premier ci si rivolge così?

Francamente non riusciamo a trovare precedenti. Eppure quella platea di giornalisti docile si sorbì di tutto, dagli orari pazzeschi di Giuseppe Conte che slittavano a notte, manco fossero gli storici negoziati sindacali anni ’80, dal classico titolo giornalistico: trattativa nella notte, agli annunci continui e contraddittori del medesimo Conte, fino a certe frasi brevi e sprezzanti di Mario Draghi che si mise a parlare a un certo punto di “quello che sta sempre al telefono con i russi”, senza che nessuno dei presenti abbia avuto il coraggio, la deontologia professionale di chiedergli: scusi, presidente, ma quello chi è? E a seguire, perché, guardi premier, che se lei allude a Salvini, è azionista del suo stesso governo. Niente, silenzio.

Alberto Ciapparoni, giornalista politico-parlamentare di Rtl, la più grande radio privata, osò fare a Conte la celebre domanda sul fatto se non ritenesse opportune le dimissioni di Domenico Arcuri. Conte gli rispose una cosa tipo: se lei è meglio di Arcuri, la terrò presente… E alcuni dei colleghi lo guardarono con perplessità, se non disapprovazione come chissà cosa si fosse permesso di chiedere al signor presidente. Altra domanda di Ciapparoni a Draghi sull’incoerenza su certe frasi relative all’effetto dei vaccini. E due. Non risultò più molto simpatico il collega dalle parti di Palazzo Chigi, pur essendo cambiati governi e portavoce.

Insomma se i premier sono dell’alveo della sinistra, o alti tecnocrati trattati con i guanti bianchi dal Pd, seppur ci siano poi altri azionisti decisivi come Lega e Forza Italia, non li si insolentisce con fastidiose domande, se invece arriva il premier donna di centrodestra si diventa “cazzuti”, martellanti quasi offensivi, tipo confronto all’americana.

Forti con i deboli e deboli con i forti? Forse questo però è solo nell’idea di certo “mainstream” di sinistra che non si rassegna al fatto che il centrodestra abbia vinto. E che, come ieri ha detto Meloni, nonostante che la maggior parte delle risorse siano andate tutte contro il caro-bollette, pur nella “prudenza” di “avere per ogni voce una copertura”, come ha spiegato anche il ministro dell’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti, commosso per la scomparsa di Roberto Maroni, “questa manovra imposta già una visione politica di questo governo che è appunto politico”.

E quindi, estensione della Flat tax di cui beneficia anche il ceto medio, avvio alla decontribuzione per le imprese che assumono giovani e donne, oltre che molta attenzione alle famiglie più povere, ma anche avvio della revisione del reddito di cittadinanza che dovrà essere sostituito da nuove misure per chi non può lavorare e soprattutto dalla creazione dei posti di lavoro. Dalla logica assistenziale a quella di crescita e sviluppo. Avvio allo stop della legge Fornero, pur con un bonus, che istituì proprio Maroni da ministro del Welfare, come illustra Salvini, anche lui provato dal grave lutto di tutta la Lega, di un 10 per cento in più sullo stipendio di chi anche dopo 42 anni vuol continuare a lavorare.

Salvini osserva anche lui che questo è “un ottimo inizio”, che risponde al programma unitario del centrodestra. E promette, nonostante la narrazione del “casca, casca tra un po’ “delle opposizioni travolte e spaccate tra loro, che “ci sono 5 anni davanti per compiere il percorso”. Seguono certe domande stizzite e dai toni inusuali, l’invocazione della libertà di stampa di direttori. Libertà solo per attaccare senza rispetto istituzionale il premier donna, la prima, di centrodestra? Che risoluta ha buon gioco nel fare presente: “Vi ho visto meno assertivi e coraggiosi in altre occasioni”.

Alla “vecchia” cronista torna in mente Bettino Craxi, che a uno che gli fece una domanda a cavolo rispose secco: “Non lo so e se lo sapessi non lo verrei a dire a uno come te”. Si vede che non hanno mai avuto a che fare con lo statista socialista. Personaggi, epoche diverse. Ma, intanto, si sarà capito meglio anche di che pasta è fatta Meloni, dopo aver docilmente detto “sì, signore” anche a certe un po’ sprezzanti frasi di Draghi sul consumo ridotto dei condizionatori in un caldo da schiattare.

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