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Giorgia Meloni: sdoganare o scomunicare? Dibattito fra intellettuali

Professore Meloni

Dibattito fra intellettuali su Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia. Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Ha scritto Galli della Loggia sul Corriere della sera: “La Destra italiana del ventunesimo secolo si divide tra il populismo arrabbiato della Lega e il vaporoso liberalismo di Forza Italia, mai capace di precisarsi in qualcosa di più consistente. Poi c’è Fratelli d’Italia. Non credo che lo si possa più considerare un partito neofascista, pur se esso viene da territori della storia che portano quel nome. Al massimo la sua lontana origine si manifesta oggi in una postura difensiva contro le smargiassate dell’antifascismo di professione. Quanto invece al suo rispetto delle regole della democrazia fissate dalla Costituzione, mi sembra che non possano esserci dubbi”. Un endorsement in piena regola del partito di Giorgia Meloni pubblicato, questo conta, sulla prima pagina del principale quotidiano italiano (ignoro se anche per diffusione, ma in ogni caso per convenzione).

Quella di arrivare un minuto prima degli altri a scoprire qualsiasi parvenza di nuovo che stia emergendo, per metterci sopra il proprio cappello è una vera e propria mania di una parte dell’intellighenzia nostrana, di quella che si è assicurata uno spazio sui media. Galli della Loggia lo ha fatto non senza una certa astuzia. Scegliere di “sdoganare” la Meloni significa in ogni caso non dispiacere al Nazareno che seguita a vedere come il fumo negli occhi la Lega di Matteo Salvini e dunque non sarà particolarmente dispiaciuto della crescita dei consensi per i Fratelli d’Italia. Astuto e reso prudente dall’esperienza, lo storico e accademico, pur dopo aver argomentato estesamente sul potenziale consolidamento di una destra moderna (quella di cui da numerosi decenni si lamenta l’assenza in modo ricorrente) a guida Fratelli d’Italia, conclude definendo il proprio intervento una “escursione nei territori dell’utopia”. Non si sa mai..

Prese di posizione come quella ora richiamata hanno senso se provocano, come si dice, un dibattito, se possibile risuonante, e non si può dire che l’editorialista abbia lesinato gli sforzi per raggiungere l’effetto desiderato: quella frase, le “smargiassate dell’antifascismo di professione”, stilema classico che trova il proprio archetipo nei “professionisti dell’antimafia” di Leonardo Sciascia, è fatta apposta per attirare critiche vibranti e innestare l’indispensabile dibattito, al quale anche questo scritto oggettivamente, per fortuna in misura irrilevante, contribuisce.

Infatti, è arrivata puntuale la severa reprimenda di Sofia Ventura, collega di Galli della Loggia sul versante delle scienze politiche. Secondo la docente, colui che non senza una vena di sarcasmo chiama “il famoso editorialista” si è dimenticato, nell’ordine, dei rituali, fascisti tout-court, dei saluti romani, delle celebrazioni della marcia su Roma, del sostegno offerto dalla Meloni ai “suoi amici liberticidi ungheresi e polacchi”, dell’antisemitismo manifestato dando dell’usuraio a George Soros, del complottismo implicito nelle tesi sulla “sostituzione etnica”. Altro che “Destra moderna”, esclama Ventura per poi concludere con un fermo invito a Galli della Loggia a “non fare, di una brillante demagoga, che dietro un’abile ambiguità cela una visione reazionaria e illiberale, di un partito che oscilla tra estremismo tradizionale e nuovo populismo radicale strumenti per combattere ciò che non ci piace a sinistra. Ci hanno già provato e non è andata molto bene”. Insomma, se quello del “famoso editorialista” è un endorsement la “risposta” della professoressa Ventura è un severo preavviso di scomunica.

Fin qui siamo nella fisiologia del dibattito tra un intellettuale che sdogana e un altro intellettuale che scomunica (anche se l’assai poco simpatica allusione a quelli “che ci hanno già provato e non è andata molto bene”, fino a qualche anno fa – ne sono convinto – Ventura se la sarebbe risparmiata). Di certo né l’endorsement di Galli della Loggia avrà gli effetti di quello che Berlusconi una trentina d’anni fa ebbe a fare del Movimento Sociale di Gianfranco Fini, né la scomunica minacciata da Sofia Ventura sarà ricordata come quella di Jean-Paul Sartre all’indirizzo di Albert Camus. A parte però la possibilità – oggettivamente circoscritta – degli intellettuali di incidere nella prassi, mi par di cogliere una certa stanchezza resa percepibile dalla ripetitività. Ma è un peccato, perché il discorso pubblico è povero e avrebbe bisogno di essere alimentato: da chi se non dagli intellettuali?

Che ne abbia bisogno, il discorso pubblico, lo ha dimostrato da ultimo un passaggio, sfuggito alle cronache, dell’intervento di Enrico Letta alla presentazione virtuale del Rapporto Ispi 2021, da parte di un panel coordinato dal presidente dell’Ispi Giampiero Massolo e composto, oltre che da Letta, da Emma Bonino, Matteo Salvini e Maurizio Molinari. Un po’ più infervorato di quanto l’occasione giustificasse – ma sempre nei limiti della buona educazione – Letta aveva focalizzato su due temi il proprio intervento: il ruolo di freno del Regno Unito al processo di integrazione europea “negli ultimi 35 anni” (giudizio che, incidentalmente, mal si concilia con il prolungato lutto dell’europeismo ufficiale per la Brexit), e la natura improvvisa e recente della “conversione” leghista all’Europa, osservazione questa reiterata più volte, ancorché attenuata da formule di compiacimento e speranza. Nel secondo giro Letta, dopo aver posto in evidenza il ruolo di leader di Mario Draghi in Europa e della forza che gli conferisce il largo sostegno parlamentare, a un certo punto si è lasciato sfuggire una frase come: “a Bruxelles Draghi è ascoltato per quello che è stato negli ultimi anni”, come dire che se fosse solo presidente del Consiglio italiano, pur essendo Draghi non lo starebbero a sentire con la stessa attenzione. Una contraddizione, e soprattutto una caduta di stile di cui chi ha parlato dopo Letta ha naturalmente finto di non essersi accorto: l’Ispi è pur sempre, tra le altre cose, una scuola per diplomatici. Anche l’ambasciatore Massolo, nel brevissimo intervento conclusivo ha ignorato la cosa, ma non ha potuto fare a meno di puntualizzare che “da cittadino italiano” vuole augurarsi che il nostro Paese riesca a farsi ascoltare in tutte le sedi per ciò che oggettivamente rappresenta e vale (e non principalmente – ma questa è solo la mia lettura – per i meriti personali del capo del governo). È probabile che il presidente dell’Ispi abbia ritenuto opportuna questa precisazione, in un mondo digitalizzato che condanna chiunque a rispondere in eterno di ciò che ha detto e non ha detto. Qualcuno sicuramente ha udito le sue parole con un certo sollievo.

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