Fra i “nuovi mattoni” con i quali continuare a costruire “la casa europea cominciate da altri” – ha detto la premier Giorgia Meloni nel suo applauditissimo discorso al raduno annuale dei ciellini – ci sono evidentemente anche quelli di Mario Draghi, suo predecessore a Palazzo Chigi. Dal quale raccolse quasi tre anni fa le consegne in modo oltremodo cordiale, direi compiaciuto da parte di entrambi. Un Draghi di cui la Meloni a Rimini ha condiviso anche l’analisi spietata di un’Europa “evaporata” nella presunzione di una forza derivante da un mercato di quasi cinquecento milioni di consumatori. Evaporata nel confronto col presidente americano Donald Trump e con le guerre che egli non riesce a spegnere né in Ucraina né in Medio Oriente, pur essendosi vantato di averne risolte altre. Difficilmente sufficienti – temo per lui – a garantirgli quel premio Nobel della pace cui aspira tanto, con la designazione da parte del governo israeliano, da essersi esposto in qualche intervento personale rimproveratogli dalla stampa internazionale.
Eppure l’analisi spietata di Draghi davanti alla stessa platea della Meloni, ma qualche giorno prima, era sembrata poco affine alla linea tradizionale della premier italiana, non più “sovranista” come un tempo ma ancora abbastanza per preservare buona parte delle sue relazioni internazionali e l’alleanza di governo, in Italia, con quel sempre più ingombrante e insofferente Matteo Salvini.
Il fatto che la premier abbia tenuto pubblicamente a condividere il quasi funerale dell’Unione europea celebrato da Draghi è forse il più sorprendente, significativo, paradossale e quant’altro di questa stagione politica, in uscita da un’estate di fuoco e verso un altro autunno forse caldo, come altri della vecchia prima Repubblica e un po’ anche della seconda in corso.
L’unione, per quanto acrobatica, fra la delusione di Draghi e la speranza europeistica della Meloni si trova un po’ nella lettura che di Draghi ha appena dato, in una lunga intervista al Corriere della Sera, l’ex premier, pure lui, Mario Monti. “L’Europa ha detto il senatore a vita, già commissario italiano a Bruxelles su destinazione bipartisan, prima da destra e poi da sinistra – è già caduta nella irrilevanza ma non è condannata a restarci”.
Ecco il punto, il terreno, il sentiero, per quanto stretto, su cui la Meloni si ritrova con Draghi, e con lo stesso Monti. Un sentiero che potrebbe procurare ad un europeista dichiarato come Antonio Polito, del Corriere della Sera, gli stessi “brividi”, o qualcosa di simile, avvertiti e confessati scrivendo dell’accoglienza riservata dai ciellini alla Meloni dopo quelli a Draghi. Brividi non so se più di paura o di speranza. Un po’ come quelli che a distanza ha avvertito e sta avvertendo probabilmente un altro europeista come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, appena rientrato pure lui dal suo ritiro dolomitico di estate.