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Gioie e timori di Facebook, Apple, Microsoft, Amazon e non solo ai tempi di Biden. Parla Aresu

Antitrust Facebook

Conversazione di Michele Arnese, direttore di Start, con l’analista Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, per approfondire le ultime mosse delle Big Tech negli Usa e come si muoverà l’amministrazione Biden

Aresu, ho un dubbio: Twitter e soprattutto Facebook hanno bannato adesso Trump perché vogliono ingraziarsi la nuova amministrazione democratica ed evitare spezzatini antitrust che possano smembrare i loro colossi. Dubbio verosimile?

Dubbio corretto, ma solo per quanto riguarda Facebook. Ricordiamo che sono aziende molto diverse. Facebook è un gigante digitale, Twitter no. C’è una differenza abissale. Per Twitter il fenomeno Trump era anche una fetta rilevante del giro d’affari, per Facebook non esageriamo. Su Twitter non c’è niente da smembrare, mentre su Facebook negli Usa ci sono precisi provvedimenti in corso da parte del governo federale e di quasi tutti gli Stati.

E Facebook compie lo scivolone su WhatsApp. Che cosa succede nel gruppo di Zuckerberg?

Sì, certi passi falsi hanno un peso per via dei procedimenti in corso e perché la reputazione è un fattore fondamentale per quelle aziende. C’è stato anche l’impatto del tweet di Elon Musk su Signal, molto divertente perché ha fatto per sbaglio impennare le quotazioni di un’azienda con lo stesso nome. In sintesi, da parte di Facebook c’è la volontà di fare dei passi che possano influire sugli aspetti esistenziali dell’azienda. E quindi di bilanciare per questo in modo diverso il rapporto tra la libertà di espressione, la responsabilità e l’invito alla sovversione che Trump ha fatto.

Quali saranno le mosse di Biden anche su Apple, Microsoft e Amazon? Che differenze reali ci saranno con l’amministrazione Trump? E alla fine della gestione Trump, i colossi Usa hi tech sono stati più agevolati o contrastati?

Trump è stato poco rilevante da questo punto di vista. Non nei soldi che tutto il tran tran attorno a lui ha fatto fare alle piattaforme. Ma nelle tendenze fondamentali, cioè l’ a-b-c della geopolitica della tecnologia. E cioè: a) digitalizzazione pervasiva della nostra società; b) conflitto tra Usa e Cina; c) conflitto politico e sociale attorno al digitale.

E Biden che farà?

L’amministrazione Biden non potrà avere come simbolo un’epoca diversa del digitale, come quella di Obama, una roba tipo “viva la Silicon Valley, che figata”. A parte che a Biden piacciono i treni e le fabbriche di auto, è un signore di quel mondo, non certo di app e compagnia, non è proprio il caso. E i veterani di cui è piena la nuova amministrazione lo sanno.

Quindi?

La questione è la tenuta della classe media? Non è certo un tema che le piattaforme possono presidiare, si occupano della classe dei grandi vincitori sociali e della frontiera tecnologica. Esse non riescono a risolvere, e nemmeno ad affrontare, i problemi dell’interiorità dell’America: se perdi la manifattura, non puoi sostituirla con un centro di distribuzione di Amazon o con tanti data center di Microsoft. Quindi anche il capo della tecnologia di Microsoft, Kevin Scott, si interroga su come tenere insieme intelligenza artificiale, design industriale, capacità manifatturiera, occupazionale. Ma ci sono dolorose verità davanti alla vita della superpotenza.

Quali?

Apple non può tornare in massa negli Stati Uniti: la sua geniale supply chain, costruita da Tim Cook, non è fatta così, può solo adattarsi un po’. Questo continuerà a creare un deserto, un divario profondo, dove Alexandria Ocasio-Cortez dirà che ci sono “salari da fame”. Questo tema dell’interiorità, dell’America interna, continuerà a generare enorme malcontento. Chi ha capito questo è Elon Musk: anche questo lo eleva sopra tanti degli altri “oligarchi digitali”. C’è poi il tema del conflitto Usa/Cina, che rimarrà anche in ambiti in cui l’abbiamo visto meno finora.

Come?

In questo decennio sono certo che la Cina scalerà il livello di operazioni di guerra informativa contro gli USA: ha tutte le risorse per farlo e si tratta di un punto debole della società Usa, per renderla più polarizzata e caotica, per diminuire la capacità scientifico-tecnologica di Washington. Se fossi impegnato in una corsa spaziale e fossi Xi Jinping, un mio obiettivo sarebbe avere cortei di gente che dice “smettiamo di spendere soldi per lo spazio” o “tanto sulla Luna non ci siamo andati, non ci andremo mai, è tutta una finta”. È un tema che richiederà grande attenzione da parte degli apparati Usa, la cui conoscenza culturale e operativa della Cina è lacunosa da tempo.

Ma qual è la missione di Facebook? Connettere le persone, fare affari o contribuire a fare gli interessi dell’America contro le app cinesi?

Abbiamo guardato in modo sbagliato alcuni giganti digitali perché sono cresciuti in un’epoca di propaganda accolta ingenuamente. Ora non c’è più questa ingenuità, quindi la narrazione evolve, nel senso della “americanizzazione”. Anche se queste aziende sono sempre state americane, e negli interessi profondi degli Stati Uniti rimane il limite di quanto esse possano spingersi. Ne è la prova il fallimento e il ridimensionamento netto del progetto Libra: non doveva essere la moneta digitale che soppianta il dollaro? Non poteva esserlo, non è che l’America rinuncia al dollaro perché così Zuckerberg fa più soldi, deve esserci mutuo beneficio. Per tutto questo, per capire e gestire la tecnologia, servono sia la consapevolezza dei temi di mercato che la coscienza geopolitica e della sicurezza nazionale.

Su Limes lei ha scritto: “Imprese americane che possono costruire sistemi politici paralleli, e personale politico, attraverso il denaro: le piattaforme potranno assumere centinaia di Nick Clegg, se necessario”. Che significa?

Esattamente questo. Aziende col giro d’affari e la liquidità delle grandi piattaforme non hanno nessun problema ad assumere legittimamente i migliori avvocati (come tutti) e le migliori personalità con esperienza politica. Così come le porte girevoli hanno caratterizzato il mondo finanziario, con Robert Rubin e compagnia, caratterizzeranno sempre di più il mondo digitale. Questo riguarda la politica visibile e lo Stato profondo: da un lato Nick Clegg che va a lavorare per Facebook, dall’altro lato la “corsa ai generali” nei consigli di amministrazione, come il generale Keith Alexander in Amazon.

Germania e Francia, attraverso Angela Merkel e il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, hanno espresso preoccupazione per chi deve garantire e applicare la libertà di espressione sui social network. Ma quali armi hanno davvero a disposizione? Ossia: l’Ue può davvero avere un ruolo in questa disputa?

Il problema degli Stati europei è industriale. Come ho scritto anche nel mio libro “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina”, è un fatto che dal 2008 in poi, mentre le due potenze vivevano un gioco di accelerazione digitale e industriale, gli europei si sono invece persi in facezie e non hanno avuto un’ambizione all’altezza. A prescindere da come la pensiamo su Ue, euro e compagnia, le cose stanno così. Chi più chi meno, certo: Thierry Breton con Atos ha realizzato un attore non irrilevante sul piano industriale, mentre noi italiani se pensiamo a dove siamo sulle telecomunicazioni rispetto all’epoca di Marisa Bellisario e della “Grande Telecom”, non possiamo che provare vergogna. Comunque, i ritardi industriali sono importanti. Io provo vergogna e vorrei che fossimo altrove. Comunque da quando c’è Breton alla Commissione abbiamo in un ruolo chiave, con la legittimazione totale francese, una delle persone che in Europa capiscono sul serio di queste cose, che ci mette la testa. Abbiamo anche strumenti normativi a livello nazionale, ed europeo, con il Digital Services Act, anche se il salto si realizzerà solo se mostri sul piano industriale e della frontiera tecnologica di poter competere. Il potere negoziale degli europei rimane nel rapporto con gli Usa, soprattutto sugli standard in ottica anti-cinese. Questo aspetto senz’altro avrà l’attenzione dell’amministrazione Biden.

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