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Perché in Italia non ci sono i Gilet Gialli? L’analisi di Risso (Swg)

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gilet gialli

Il sentimento rancoroso e sconfortato che si è insediato nei ceti medio-bassi, per ora, ha trovato uno sbocco elettorale nel voto a Lega e Cinquestelle, ma sotto le ceneri i carboni ardenti non si sono sopiti. Pubblichiamo un estratto tratto da “La conquista del popolo. Dalla fine delle grandi ideologie alle nuove identità politiche” il nuovo libro di Enzo Risso (direttore scientifico di Swg) per Edizioni Guerini e Associati

Il quadro climatico nostrano è certamente differente rispetto a quanto sta accadendo oltralpe. La Francia di Macron è alle prese con un movimento che scrive sull’asfalto «Niente Natale per i borghesi» e che fa campeggiare sui gilet gialli la scritta di un disoccupato che si definisce «socio del vivere meglio, del potere di acquisto e della parità di chance».

In Italia il quadro è, attualmente, complesso ma meno esplosivo. L’indicatore di clima politico di Swg «riforma o rivoluzione» offre una fotografia abbastanza eloquente. La spinta a rivoluzionare tutto, a dare una sterzata radicale, è scesa dal 48% di fine 2017 al 31% di dicembre 2018. Il bisogno di riforme nette è passato, invece, dal 42% al 56%23. A confermare il raffreddamento momentaneo delle tensioni è anche un altro termometro: quello dei sentiment che aleggiano nelle viscere del Paese.

La rabbia che, nel 2017, coinvolgeva il 38% dell’opinione pubblica, oggi è al 30%. In discesa è anche il senso di disgusto (dal 35% al 30%), mentre è in crescita il sentimento di attesa, che è lievitato dal 23% al 34% (diventando il primo sentiment nel Paese).

All’interno di un clima politico-sociale meno incandescente, il 32% dell’opinione pubblica nazionale segnala la possibilità, anche per il nostro Paese, di esplosioni, più o meno violente, di disagio, malessere e contestazione radicale.

Il mutamento che coinvolge i ceti bassi della nostra società è lo spostamento netto e secco verso la rabbia, verso il respingimento di qualunque cosa sia diverso. Questo processo è il frutto sia del declassamento sociale vissuto da milioni di persone, sia dell’allontanamento delle élite dalla società. «Il privato – diceva già a metà del secolo scorso Theodor W. Adorno – è trapassato definitivamente nel privativo […]. Al cieco attaccamento al proprio interesse particolare, si è aggiunta e mescolata la rabbia di non essere più nemmeno in grado di vedere e di capire che le cose potrebbero andare anche diversamente e in modo migliore».

Il nemico per i ceti declassati non è solo l’altro, ma sono anche le classi dirigenti, colpevoli della mancanza di idee di futuro. Il sentimento rancoroso e sconfortato che si è insediato nei ceti medio-bassi, per ora, ha trovato uno sbocco elettorale nel voto a Lega e Cinquestelle, ma sotto le ceneri i carboni ardenti non si sono sopiti e la possibilità di guerre fratricide, scontri etnici, ma anche rivolte contro le classi dirigenti, non è affatto disinnescata.

Il nostro Paese sta muovendosi. Con la fatica tipica di chi cerca di risalire la montagna con un macigno sulle spalle (e con il rischio di ruzzolare sempre giù come Sisifo). Le nuvole restano, ma il tratto del clima sociale sta mutando. Fino a pochi anni fa le persone vivevano sotto la spada di Damocle della crisi: con il timore di doversi indebitare, di veder bruciati i propri risparmi o di non riuscire più a mantenere il proprio tenore di vita. Per molti, purtroppo, è stato così.

Le persone hanno imparato a fare i conti con la crisi. Hanno tagliato, limato, rivisitato i contenuti della loro esistenza, mediando tra attese e possibilità. Lo stile di vita, per molti, è mutato; gli orizzonti di scopo e i fini personali si sono ridefiniti. Dopo anni di apprensione le cose stanno iniziando a cambiare di colore. La crisi morde meno e le paure di matrice economica sono in calo. Il timore di indebitarsi diminuisce del 6%; il rischio di perdere i risparmi cala di 11 punti; la paura di non riuscire a mantenere il proprio stile di vita decresce del 7%. Sono in crescita, invece, le forme di apprensione generate dal futuro corto.

Lievita la paura di non riuscire ad avere i mezzi per prendersi cura di se stessi o di un familiare (+11%) e corre in avanti l’angoscia di non riuscire ad aiutare e sostenere i propri figli (+7%). Il segno del cambio di situazione è, purtuttavia, netto. Rispetto al 2013 il numero delle famiglie in difficoltà è in discesa.

Il numero dei nuclei familiari che stentano a pagare le bollette di luce, acqua e gas è in calo (–10%) ed è passato dal 40% del 2013 al 30% di oggi. Ancora più evidente (–14%) è la diminuzione della quota di famiglie costrette a fare rinunce sugli acquisti non alimentari. Siamo transitati dal 43% del 2013 al 29% di oggi. Stop secco anche a tagli e riduzioni sulla spesa alimentare.

Nel 2013 il 21% delle famiglie era stato costretto a ridurre il carrello della spesa. Cinque anni dopo, la quota è diminuita di dieci punti, scendendo all’11%. Un dato certamente non ancora tranquillizzante. In discesa, infine, il numero delle famiglie che hanno difficoltà a pagare mutui e spese mediche (–6% le prime e –3% le seconde).

 

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