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Perché le classi dirigenti hanno bisogno della geopolitica

Guerra Ucraina

La variabile geopolitica nella formazione della classe dirigente di una nazione. L’intervento di Salvatore Santangelo

 

Da storico e da geografo, non nascondo le mie perplessità ogni volta che sento parlare di “geopolitica”, materia che Sergio Romano – sulle pagine del Corriere della Sera – non ha esitato a definire «una pseudoscienza che la mitologia razziale e le credenze esoteriche di Adolf Hitler hanno trasformato in una micidiale religione del potere».

Alle sulfuree radici di questa disciplina si aggiunga il fatto che ormai l’uso di questo termine ha invaso gran parte dello spazio comunicativo, a mio avviso impoverendolo: se tutto è geopolitica, nulla è geopolitica.

Tra l’altro, il proliferare di questo approccio non sembra aver significativamente apportato migliorie al processo decisionale, vista la disastrosa condizione in cui versa il mondo.

Inoltre, come afferma l’analista Francesco Marradi: «Il prefisso ‘geo’ apposto a un termine eleva la relativa materia al rango di competizione o conflitto globale. Ovvero, qualora si tratti di materia che non riconosce confini, alla sua cattura entro il dominio nazionale per farne strumento di competizione o conflitto». Come a dire che se dalla cassetta degli attrezzi tiri fuori solo il martello non farai altro che dare martellate…

Invece abbiamo bisogno di tutti gli attrezzi e di sviluppare una sensibilità e un approccio più raffinato alle dinamiche globali. In questo senso trovo molto interessante l’operazione che – sul sito geopolitica.info e nei suoi approfondimenti su Radio Radicale – sta portando avanti Claudio Landi, riconducendo la geopolitica alla sfera valoriale del liberalismo (di fatto la strategia che pragmaticamente Angela Merkel ha implementato nei sui lunghi anni di cancellierato).

Per certi versi vanno nella stessa direzioni le riflessioni di Mirko Mussetti che è in queste settimane in libreria con il suo ultimo libro dal titolo La Rosa Geopolitica (paesi edizioni). A Mussetti va anche riconosciuto il fatto di aver posto l’attenzione – in suoi precedenti lavori – su alcune realtà geografiche scarsamente considerate nel dibattito italiano – penso al Mar Nero – ma destinate a una nuova centralità per i futuri equilibri di potenza.

Intanto, sono d’accordo con quanto afferma Lucio Caracciolo nella pregevole prefazione al volume: la Rosa geopolitica – originale schema euristico che esemplifica ed evidenzia plasticamente il rapporto tra economia, strategia e cultura nelle relazioni internazionali – da solo vale l’acquisto del libro. Inoltre, queste pagine hanno il merito di ricordarci come la sfera della “politica” è sempre necessariamente condizionata da una conoscenza approfondita della storia, della geografia, della filosofia, della sociologia e della psicologia non solo del proprio Paese di appartenenza, ma ugualmente di ogni altra area del mondo e delle relazioni internazionali tra Stati e regioni. Quindi la geopolitica deve far pace non solo con il liberalismo, ma anche con tutte queste discipline.

Forse, in questo senso, può avvenire un suo recupero come approccio in grado di inquadrare in modo sistemico queste competenze elencate.

Affinare questa “sensibilità” è oggi ancora più importante perché la crisi del mondo globale sta delineando sempre più una nuova dinamica: alto vs. basso / centro vs. periferie, il tutto accompagnato da “cambi di paradigma” tecnologici che accelerano il “paretiano” ricambio delle élite.

Quindi – come ama ripetere il mio amico Paolo Rubino proprio qui su StartMag (e come ci ha insegnato Giuseppe Sacco in Industria e Potere Mondiale) – Politici, uomini delle Istituzioni, CEO e manager, hanno bisogno di tutto ciò per “orientarsi” nel mondo plasmato dall’impetuosa crescita economica della Cina, dall’eredità dei neocon, dalle fallimentari guerre in Afghanistan, in Iraq, in Libia e in Siria, dalle crescenti conflittualità di ordine religioso, dai poderosi flussi migratori, e soprattutto dal collasso delle istituzioni e delle pratiche multilaterali, dall’internazionalizzazione dei mercati e dalle tempeste finanziarie.

È del tutto evidente come l’interconnessione economica e il numero sempre maggiore di fattori in grado di influenzare gli equilibri internazionali e i governi di molte nazioni determinino situazioni a causa delle quali ogni evento rilevante (tecnologico, politico, finanziario o ambientale) abbia conseguenze pressoché globali. Proprio nel tempo geopandemico e della ricostruzione affidata al PNRR è urgente raccogliere la sfida di promuovere una cultura della comprensione globale degli scenari e dei mercati, proponendo un progetto strutturato per aiutare politici e manager (italiani) a leggere queste dinamiche e le loro implicazioni.

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