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Geopandemia, che cosa succederà fra Usa e Cina

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Il saggio Geopandemia (Castelvecchi) di Salvatore Santangelo letto da Paolo Rubino

Il saggio Geopandemia (Castelvecchi) di Salvatore Santangelo – tra i numerosi pregi – ha quello determinante di non leggere l’attuale scenario geopolitico attraverso le lenti del pregiudizio partigiano. L’autore trae ispirazione da giacimenti di pensiero, cui la maggior parte dei commentatori attinge per sostenere strumentalmente tesi faziose, con il candore di chi mai giudica le idee in ragione della propria empatia con l’ideatore.

Nell’era della pandemia, da tanti cavalcata come fenomeno in sé, Santangelo restituisce al Covid-19 la sua dimensione di mero déclic e ricerca nell’esame della Storia seria dell’ultimo mezzo secolo le radici che, esaurita la forza creativa nei primi quattro decenni di vita, producono oramai rami fragili e foglie marce. Come in natura, le radici insterilite portano alla morte del vecchio albero e alla nascita di uno nuovo. E non mancano nel saggio brillanti, e giustamente ottimistici, squarci sul futuro possibile che non può non essere intravisto nel passato, “visibile e davanti a noi” come nella trasparente citazione di Robert Kaplan che apre il primo capitolo del libro. E come ogni autore di saggistica che non si voglia limitare all’autoreferenzialità, Santangelo – più che dare risposte chiuse e prescrittive al quesito sul futuro possibile e alle strategie per perseguirlo – solletica le intelligenze al pensiero speculativo ed apre molteplici sentieri di dibattito.

Nelle sue dense sessanta pagine, Geopandemia provoca più di una volta per pagina e non basterebbe un saggio sul saggio per gustarne ogni sollecitazione.
Tra queste, e a proposito della Cina, imprescindibile protagonista di ogni analisi geopolitica, la strategia dei quattro pilastri ideologici su cui è si è fondata la cavalcata contemporanea del gigante asiatico: marxismo, leninismo, maoismo e confucianesimo. L’accorto dosaggio di questi quattro ideali è il fondamento della moderna Cina. 

Questa sollecitazione meriterebbe certo di essere approfondita e resta aperto il dubbio su quanto solido sia rimasto il pilastro marxista nella Cina contemporanea. A prima vista – a chi scrive – sembra che il solido quadrangolo menzionato somigli più a un precario triangolo, figura geometrica del resto più affine alla tradizione cinese. La dialettica tra classi sociali, elemento caratterizzante del pensiero marxista, appare accantonata nell’organizzazione statuale e il maoismo, già tramontato per il pessimo esito della Rivoluzione culturale è ora posto nel pantheon dei miti fondativi di cui ogni società necessita indipendentemente dal comprenderne il significato storico. La vera novità cinese sembra piuttosto l’adozione del leninismo posto al servizio della restaurazione confuciana dell’ordine economico e sociale. In questo, la scelta occidentale della Cina che la rende, in realtà, molto somigliante ai sistemi autoritari nati nell’Europa degli anni ’30, i cui ascendenti sono tutti pienamente “europei”: il tiranno greco, il dittatore romano, il cesarismo, il britannico Cromwell, il francese Robespierre e il suo frutto napoleonico.

Ma, sempre a proposito di Cina, Santangelo apre un filone di dibattito entusiasmante sulle conseguenze della virata dettata da Obama alla politica estera della superpotenza USA. Questa, rimasta incagliata per quasi un ventennio nella jihad islamica successiva al crollo sovietico, effetto collaterale imprevedibile della vittoria reaganiana sul comunismo, ha avviato nel 2008 la nuova strategia del contenimento della Cina. Il primo stimolo intellettuale di questa rappresentazione, forse indigesto ai faziosi tra gli americani, è l’incredibile parallelismo tra Reagan e Obama in politica estera, laddove il primo pone fine a quasi vent’anni di dottrina della coesistenza pacifica con l’URSS post stalinista e il secondo pone fine a oltre vent’anni di coesistenza pacifica, e ricca di commerci, con la nuova Cina post maoista. Se l’interpretazione da parte di Trump, più mediatica che fattuale, della visione obamiana sia mera fase interlocutoria o grave arresto della politica materiale del predecessore è un punto di domanda di discreto interesse, ma Santangelo, ricorrendo anche alla teoria dei giochi, apre la vista su un esito fantastico e paradossale: se, sotto la pressione americana, la Cina dei dittatori fosse costretta a riaprirsi alla dialettica tra classi, defunta nell’impianto statuale, ma ben viva nel corpo sociale? Potremmo assistere in futuro all’imprevedibile insorgenza della democrazia in quel grande paese? E, se gli USA contemporanei non guariscono dal populismo trumpiano, potremmo assistere in futuro al declino della più antica e potente democrazia della Storia e al suo rifugiarsi nella dittatura? Probabilmente è fantascienza, ma il merito di Santangelo nel sollevare questo epocale dubbio è indiscutibile e la tendenza USA al “feudalesimo castale” dall’autore rilevata, un sintomo di cui certo occuparsi. Santangelo non spazia solo nei grandi scenari mondiali, ma si dedica anche ad acute riflessioni sulla nostra Italia. La rinascita economica postbellica italiana fu basata su una strategia originale e creativa. Da noi se ne sono perse le tracce, ma a distanza di trent’anni nella lontana Corea del Sud hanno studiato quella storia e, da bravi asiatici, l’hanno reinterpretata con eccellente maestria. Ristudiare noi stessi e cercare nel nostro recente passato tracce e semi per progettare il futuro è l’invito non solo di Santangelo, ma di una crescente porzione della nostra pubblica opinione. Ovviamente, clonare la storia passata è un’ingenua aspirazione, né Santangelo riduce a nostalgia il suo invito. Il passato per i fan è una rappresentazione iconica, per gli studiosi un magma di chiaroscuri. La rinascita postbellica fu basata sulla formazione di una classe dirigente motivata dalla ricerca e nutrizione delle competenze industriali, ma non è omissibile che parte determinante del patto sociale di allora fu anche l’immunità fiscale tacitamente concessa a vaste aree di produzione del reddito, meriti e demeriti della Democrazia Cristiana di governo. La saggia scelta alla base dell’impennata degli anni ’80 fu la decisione di non indebitare i privati nazionali, accollando sul pubblico il finanziamento della ripresa economica. E questo consentì allora di contenere la disgregazione sociale, ma impedì di mantenere vitale la grande industria condannando il Paese alla retorica del “piccolo è bello”, meriti e demeriti di Craxi e del CAF. La lungimirante decisione di puntare tutte le fiches per essere tra gli Stati fondatori dell’Euro negli anni ’90 ha garantito agli italiani di evitare derive argentine per l’insostenibilità del debito pubblico e, ancor più importante, di garantirne materialmente l’accesso fisico alla platea dei valori e della cultura europea. Ma purtroppo questa saggia politica fu accompagnata dall’imprudente rinuncia al controllo dei principali asset industriali e finanziari nazionali, da parziali e incomplete riforme del sistema nazionale di istruzione, da pasticciate e parziali riforme del sistema nazionale di giustizia, da demagogica e insipiente frammentazione del sistema sanitario nazionale, da demenziali revisioni dell’impianto costituzionale. Meriti e demeriti dei politici provenienti dalla mitizzata società civile, si chiamino esse Prodi o Berlusconi o i loro modesti epigoni contemporanei. La conseguenza, non voluta si spera, è che, al momento, l’Italia permane in mezzo al guado su questi determinanti fronti. Non riesce a chiarire a sé stessa una missione industriale; ha abbandonato l’elitaria educazione “gentiliana”, formatrice di eccellenza, ma non riesce a completare la svolta anglosassone, formatrice di “aurea mediocrità” per la scuola e l’università. Ha introdotto modelli timidi e parziali di common law procedurale nella giustizia, ma non ha abbondonato l’impianto romanistico della stessa dando a vita a un Frankenstein in cui sguazzano tutti e tutti si lamentano. Ha spezzettato in venti nani il sistema sanitario pubblico introducendo dosi massicce di iniziativa privata i cui costi sono rimasti tuttavia pubblici dando vita a un sistema incapace di affrontare le grandi emergenze e non privo di iniquità. Peggio di ogni altra cosa ha generato un processo di mutazione materiale dell’ordinamento costituzionale che ha natura carsica e casuale, privo di visione olistica e denso di pericoli. Il déclic del Covid-19 ci offre l’occasione di ricomporre una visione organica della nostra comunità e questo è, di gran lunga, lo stimolo più importante di Geopandemia.

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