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Giorgetti

I veri vedovi di Berlusconi sono i suoi avversari

Con la morte di Berlusconi, per i suoi avversari è venuto a mancare il pretesto per sostituire i vuoti di idee e programmi con il fango contro l'ex-presidente del Consiglio. I Graffi di Damato.

 

A funerali di Stato – non dello Stato, secondo la formula denigratoria del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio – conclusi come meglio non si poteva prevedere per il bagno di folla dell’estinto, si può dire con tutta tranquillità che i veri vedovi di Silvio Berlusconi, pur comprendendo e condividendo il dolore di familiari e amici, sono i suoi avversari. Ai quali è venuto a mancare il pretesto per sostituire i loro vuoti di idee e programmi col fango da rovesciare in quantità industriale contro l’ex presidente del Consiglio. Cui non è mai stato perdonato di avere sconfitto quella famosa e “giocosa macchina da guerra” allestita da Achille Occhetto nel 1994 per consegnare il Paese ad una sinistra che di comunista aveva perso solo il nome, non la nomenclatura e la militanza.

Fu una macchina portata in pista a meno di due anni dalle precedenti elezioni, del 5 e 6 aprile 1992, grazie alla disponibilità di un presidente del Consiglio – Carlo Azeglio Ciampi – dipendente dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e dello stesso Scalfaro. Che negò clamorosamente udienza al capogruppo democristiano della Camera, il compianto Gerardo Bianco, che voleva solo dimostrargli, con i numeri ben scritti su un foglietto di carta, che il governo avrebbe potuto continuare a disporre di una maggioranza anche senza i comunisti, o ex o post. Che d’altronde se ne erano già andati dall’esecutivo Ciampi quasi nello stesso giorno del giuramento per la mancata concessione a scrutinio segreto, a Montecitorio, di tutte le autorizzazioni chieste dalla magistratura per processare a tamburo battente Bettino Craxi: il capro espiatorio della diffusissima e notissima pratica del finanziamento irregolare – pardon, illegale – dei partiti e, più in generale, della politica.

COSA HA DETTO D’ALEMA AL CORRIERE

Massimo D’Alema ha ieri riconosciuto in una intervista al Corriere della Sera che in quegli anni “si era determinato nel nostro Paese”, e sviluppato in quelli successivi alla sorprendente vittoria di Berlusconi, “uno squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato. L’indebolimento del sistema dei partiti lasciò campo a una crescita del potere “politico” della magistratura, che si arrogò il compiuto di fare qualcosa di più che perseguire i reati, come per esempio vigilare sull’etica pubblica e promuovere il ricambio della classe dirigente. Il tema era il riequilibrio”, impedito secondo D’Alema proprio dal sopraggiunto Berlusconi e dai suoi “scontri” con i giudici.

BERLUSCONI, UN PRETESTO UTILE

Ora che Berlusconi non c’è più, come potranno i suoi avversari continuare ad usarlo contro il progetto di riforma della giustizia in senso garantista la cui prima parte predisposta dal Guardasigilli Carlo Nordio approda proprio oggi nel Consiglio dei Ministri? “Avanti, Nordio”, ha titolato Il Riformista di Matteo Renzi. Come contrastarlo? Ecco una domanda che deve essersi posta la segretaria del Pd Elly Schlein partecipando, bontà sua, ai funerali di Berlusconi, e non disertandoli come Giuseppe Conte per meritarsi la stima di Marco Travaglio.

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