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Francesco Forte, pensiero e azione di un economista eclettico

Francesco Forte

L’economista ed ex ministro Francesco Forte ricordato dell’intellettuale liberista Alberto Mingardi

 

Dove finisce il teorico e dove comincia il militante? La domanda vale per tutti gli uomini di pensiero che, a un bel momento della vita, si lancino nell’agone politico. Ma ci sono casi in cui la risposta è sfuggente. Come quello di Francesco Forte, morto a 93 anni lo scorso primo gennaio.

Forte era diventato professore ordinario di scienza delle finanze giovanissimo, nel 1961. Alla carriera accademica aveva sempre accompagnato l’impegno politico: fu vicepresidente dell’Eni, parlamentare, sottosegretario agli Esteri nei governi Craxi con la delega agli aiuti allo sviluppo, ministro delle Politiche comunitarie, ministro delle Finanze. Nella Seconda Repubblica fece vita solo apparentemente più ritirata: scriveva libri e commenti sui giornali (quasi sempre era suo l’editoriale d’economia del Foglio) e dispensava consigli più o meno richiesti, che i suoi amici e ammiratori, perlopiù in Forza Italia, si guardavano bene dal seguire.

Come economista, Forte conosceva alla perfezione la storia della sua disciplina. Fra i suoi amici c’erano almeno due premi Nobel, James Buchanan e Ronald Coase. Buchanan lo conobbe quando questi venne in Italia per studiare la scienza delle finanze e passò per Pavia, alla metà degli anni Cinquanta (Forte già lavorava con Griziotti e Vanoni). Incrociò Coase durante un soggiorno all’Università della Virginia.

Avrebbe potuto fermarsi e dedicarsi toto corde agli studi, ma il richiamo dell’Italia e della politica fu irresistibile. La relazione con Buchanan è particolarmente significativa. Joseph Schumpeter, nella sua Storia dell’analisi economica, sostiene che la scienza economica in Italia attorno alla vigilia della prima guerra mondiale non era «seconda a nessuno». La punta di diamante era l’ambiziosa elaborazione teorica di Vilfredo Pareto ma non necessariamente gli economisti italiani convergevano su quel modello. Forte aiutò Buchanan a orientarsi e a comprendere che contributi avessero dato autori come Francesco Ferrara, Antonio De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni o Amilcare Puviani.

Almeno in parte, è a questa sua opera di «scouting» che dobbiamo quella «politica senza romanticherie» che Buchanan mise a punto negli anni Sessanta, usando gli strumenti analitici dell’economia a sostegno di una visione realistica dei fenomeni politici. Una «traduzione», in lingua inglese e nel lessico contemporaneo, di riflessioni ben note agli economisti italiani, che un po’ pensavano che le tasse fossero il «prezzo» che noi paghiamo per i servizi e un po’ avevano capito che si trattava di una sorta di «taglia» impostaci dallo Stato.

Da una parte, l’economista cerca di capire quale sia l’imposta «ottima», quella che distorce di meno i comportamenti dei singoli, dall’altra si rende ben conto che il più delle volte le tasse servono precisamente per fare i comodi di questo o quel gruppo d’interesse, a spese di tutti. E una navigazione già complicata di per sé, ma Francesco Forte l’ha affrontata con quella spericolatezza intellettuale che era forse il suo più autentico tratto distintivo.

L’impatto maggiore nella vita degli italiani lo ebbe definendo le regole per obbligare i commercianti a usare il registratore di cassa, un po’ avanguardia del fisco un po’ strumento per una migliore contabilità. Negli ultimi anni, anche grazie alla collaborazione con Flavio Felice, Forte si prodigò per fare conoscere in Italia gli autori dell’Ordoliberalismo tedesco, che riassumeva nella formula politica concorrenza di mercato più investimenti infrastrutturali pubblici. Era convinto che non andasse messo in discussione il welfare ma che il cittadino-contribuente dovesse poter scegliere l’ospedale a lui più gradito, pubblico o privato, nel quale curarsi e la scuola migliore, pubblica o privata, per i propri figli.

Amava tornare a Einaudi, vedendolo come il vero antagonista di John Maynard Keynes (Einaudi Vs Keynes, IBL Libri, 2016): non solo sul piano delle politiche ma anche, per così dire, su quello antropologico. A Keynes rimprovera la fascinazione per il governo dell’aristocrazia intellettuale e finanziaria, che sa individuare l’autentico interesse generale, mentre in Einaudi ritrovava un’alta considerazione per la saggezza di chi «conosce la realtà delle cose perché l’ha imparata nel suo campo, nella sua officina, nel suo studio professionale». Lui, che aveva trascorso la vita fra aule universitarie e ministeri, si era convinto che in politica il buon senso contasse di più degli allori accademici.

(Tratto dal sito dell’Istituto Bruno Leoni)

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