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Tutte le fissazioni dell’Europa che fanno male all’Europa

Fit For 55

Chi pensa di cambiare l’Ue con documenti farciti di «resilienza» e «transizioni verdi» è più attento alla moda che all’execution. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

 

Annunciata in pompa magna domenica scorsa a Strasburgo, la Conferenza sul futuro dell’Europa è già al centro dei commenti su molti siti web, che vanno dall’adesione entusiastica alla stroncatura totale. Tra i primi, l’associazione no profit Civico Europa, indipendente e transnazionale, «accoglie con favore» la proposta lanciata da Emmanuel Macron, affiancato sul palco di Strasburgo da Ursula von der Leyen, David Sassoli e Antonio Costa, definendola «un passo decisivo nel processo che speravamo». Tra gli scettici, che giudicano fin d’ora «improbabile» un successo della Conferenza, il politologo Michael Leigh, docente di Politica pubblica europea alla John Hopkins University di Bologna e senior fellow del centro studi Bruegel di Bruxelles, che su euractiv.com elenca una serie di punti deboli dell’iniziativa, centrata a suo avviso su questioni di moda, ma lontane da quelle che interessano alla gente comune dei 27 paesi Ue.

I leaders di Civico Europa hanno espresso la loro adesione in un manifesto firmato da personalità di vari paesi Ue, tra cui gli italiani Marco Cappato, radicale, e Roberto Saviano, scrittore. La rifondazione dell’Europa, afferma il manifesto, «sarà legittimo solo se i cittadini dell’Unione europea saranno mobilitati in grande numero. Cosa che i piani attuali non consentono nella scala necessaria. È stata istituita una piattaforma on line, ma nessuno lo sa. Così come nessuno sa che i leader europei hanno previsto una conferenza sul futuro dell’Europa». Affinché l’iniziativa abbia successo, «non basta la volontà politica: sono essenziali finanziamenti sostanziali e il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile. In assenza di questi presupposti, le consultazioni europee svolte in passato dai governi e dalle istituzioni hanno mobilitato solo poche decine di migliaia di persone».

Nel battere cassa, il manifesto ricorda che, alla vigilia delle elezioni europee del 2019, la consultazione WeEuropeans, organizzata da Civico Europa e Make.org, mobilitò 2 milioni di persone in 27 paesi di 24 lingue diverse. Da qui l’invito all’Unione europea e ai governi nazionali per coinvolgere nella consultazione sul futuro dell’Europa i rappresentanti della società civile, in testa le associazioni no profit, i sindacati e l’industria. Ovviamente, «impegnando i mezzi necessari per il successo».

Di tono ben diverso è l’analisi del politologo Michael Leigh, critico su tutta la linea: «Le istituzioni dell’Unione europea, a cui fanno eco le lobby federaliste e le Ong, presentano la Conferenza come un’occasione unica per fare avanzare il progetto europeo ‘dal basso verso l’alto’, per trasmettere le opinioni dei cittadini europei ai responsabili delle decisioni a Bruxelles. Ma nessuno sa come queste opinioni possano poi essere tradotte in proposte concrete». Una lacuna evidente, che per Leigh si deve alla dichiarazione ufficiale con cui è stata lanciata la Conferenza, che «è costellata di termini come ‘resilienza’, ‘transizioni verdi e digitali’, ‘sussidiarietà’ e ‘proporzionalità’: un eurogergo che oscura le sfide di fondo e sottolinea la lontananza dell’Ue dai cittadini, di cui afferma di incarnare le aspirazioni».

Che una procedura simile possa condurre a una modifica dei trattati europei, «con innovazioni di vasta portata», per Leigh è «improbabile», tenuto conto anche delle divergenze dei 27 paesi Ue, che su molte questioni hanno opinioni diverse. Scrive in proposito: «Mentre il Covid-19 continua a imperversare, e mentre le vaccinazioni e l’introduzione del Recovery Fund procedono con lentezza, milioni di europei si trovano ad affrontare un’esistenza precaria e molte imprese di tutto il continente rischiano la chiusura. Quindi ci sarà poco entusiasmo per qualsiasi stravaganza europea che non porti a benefici tangibili. E l’insuccesso potrebbe dare una nuova spinta ai populisti euroscettici nelle prossime elezioni».

Che senso ha, chiede l’analista della John Hopkins, limitare la ricerca al futuro dell’Europa a 27, quando la stessa Ue ha promesso l’adesione ai paesi balcanici, che per la loro vulnerabilità stanno attirando l’attenzione di Russia e Cina? Che senso ha ignorare Islanda, Liechtenstein e Norvegia, che fanno già parte dello spazio economico europeo? E la Gran Bretagna? Il suo primo ministro sostiene di avere lasciato l’Unione europea, ma non l’Europa. Ecco perché, sostiene Leigh, «un’Unione geopolitica farebbe sicuramente di più per tenere conto delle opinioni di questi paesi».

I temi proposti finora dalla Conferenza sono gli stessi che rivestono priorità per la Commissione Ue. Ma i sondaggi tra i cittadini europei ne indicano altre, finora ignorate. Leigh ne fa un rapido elenco, che prescinde da ogni graduatoria di merito: sanità pubblica, corruzione, criminalità organizzata, sicurezza, difesa, invecchiamento della società, discriminazioni e disuguaglianze, agricoltura sostenibile, migrazioni, intelligenza artificiale, commercio e investimenti, infine il fisco, che per molti dovrebbe essere al centro della Conferenza.

Questa diversità di temi, conclude il politologo, «riflette la confusione degli obiettivi della Conferenza sul futuro dell’Europa. Quando tutto è una priorità, allora nulla è una priorità. Perciò i promotori dovrebbero ridimensionare le ambizioni, evitare questioni astruse, e concentrarsi su alcuni temi che stanno maggiormente a cuore ai cittadini europei, con risultati tangibili». Una bocciatura totale per chi, a Bruxelles, sta riempiendo le direttive per il futuro Ue con termini come «resilienza» e «transizioni verdi e digitali», oggi di moda, ma più sfuggenti di una saponetta bagnata quanto a concretezza ed execution.

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