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Fini

Le parabole di Fini

Meriti, ambizioni e colpe di Gianfranco Fini. Il corsivo di Damato.

 

Giorgia Meloni – o Giorgia, come preferisce essere chiamata e votata alle elezioni europee di giugno – ha dietro di sé un anno e mezzo di guida del governo e davanti altri tre e mezzo, prima delle elezioni del 2027 per il rinnovo ordinario del Parlamento. Gianfranco Fini, già suo mentore e leader, che la portò prima alla vice presidenza della Camera e poi al governo come ministra di Silvio Berlusconi, spera tra appello, forse anche Cassazione e prescrizione, di risparmiarsi i due anni e otto mesi di carcere rimediati ieri a Roma, dopo ben sette anni di processo, per l’affaraccio di Montecarlo. Dove autorizzò – come le ha contestato la sentenza – la vendita a buon mercato di una casa ricevuta dal suo partito in eredità da una generosa e nobile elettrice e diventata oggetto di un’avventurosa, a dir poco, speculazione.

Prima ancora della condanna pur provvisoria di un tribunale della Repubblica, che gli dà il diritto, per carità, di godere della cosiddetta presunzione di innocenza, Fini ha subìto per quella disgraziata vicenda la fine della sua carriera politica. Concretizzatasi, in particolare, nella mancata rielezione al Parlamento, pur da presidente uscente della Camera, sulla scialuppa offertagli nel 2013 dall’allora premier Mario Monti.

Fra i due fatti, situazioni, circostanze di incontrovertibile realtà ricordati all’inizio c’è tutta la parabola, paradossalmente al rovescio, della destra italiana sdoganata da Berlusconi più di trent’anni fa inserendola nella coalizione improvvisata con successo per evitare la vittoria della “gioiosa macchina da guerra” – ricordate? – allestita da Achille Occhetto: l’ultimo segretario del Pci travolto dalla caduta del muro di Berlino e del comunismo e primo del Pds contrassegnato da una quercia. Ai cui piedi erano stati deposti la falce e il martello della precedente formazione politica. O “ditta”, come forse già allora Pier Luigi Bersani.

C’è una certa, dovuta e anche meritata tristezza per Fini constatandone le condizioni e paragonandole a quelle della sua ex collega di partito Meloni. Una tristezza aggravata, non attenuata, dalla guardia incautamente abbassata da lui, che pure sembrava così attento, in un’attività politica svolta anche con coraggio, sino a fare uscire la destra dalla vecchia “casa del padre”, come la chiamò, e da riconoscere “il male assoluto” nel fascismo da cui provenivano i più anziani, o meno giovani, dell’allora Alleanza Nazionale, già Movimento Sociale. Lo ha tradito non solo e non tanto la disinvoltura storicistica rimproveratagli nella sua area di provenienza, o l’insofferenza per la leadership di Berlusconi, che egli voleva superare o archiviare anzitempo, quanto il cuore. Cioè, banalmente l’amore per una donna e la partecipazione alla sua famiglia, dove quell’affaraccio di Montecarlo si sviluppò.

Diavolo di un uomo, reso evidentemente non abbastanza scaltro dalla politica, che pure di scaltrezza è scuola, come dimostra la nuova leader della destra.

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