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Fini e magagne dell’asse franco-tedesco sulla Difesa. Parla il generale Camporini

di

Macron Merkel

F-35, Siria, Turchia, Trump e il progetto bandiera (European Intervention Initative) del presidente francese Macron. Temi e tesi del generale Vincenzo Camporini

Non si sbottona, il generale Vincenzo Camporini, quando – incontrandolo ieri in quel di Padova alla presentazione del saggio su Donald Trump di Germano Dottori – gli chiediamo se si senta sollevato dall’uscita di scena del governo Conte 1 e in particolare del suo ministro della Difesa Elisabetta Trenta.

Certo è che la polemica di cui l’ex capo di Stato Maggiore delle nostre Forze Armate si rese protagonista lo scorso 2 giugno, quando decise – in compagnia di altri colleghi di primissimo piano –  di disertare platealmente la parata militare organizzata per la Festa della Repubblica, sembra essersi smorzata nella mente di un uomo che conosce meglio di altri le necessità di un ambito, quello della Difesa, che sembrerebbe ormai, è la nostra deduzione, fuori pericolo.

Del resto, le rassicurazioni fatte da Giuseppe Conte, nella veste di capo del suo secondo esecutivo, a Donald Trump sui nostri impegni in merito agli F-35, sono già motivo di soddisfazione per un uomo come Camporini che in questa intervista a Start Magazine non può che ribadire quanto sia importante per il nostro Paese quello specifico investimento sia da un punto di vista strettamente militare, sia da quello del ritorno economico.

E se il giudizio di Camporini su un altro passo compiuto dal Conte 2 in materia di Difesa, la nostra adesione all’European Intervention Initiative, è più sfumato, il generale accoglie con favore la partecipazione dell’Italia ad un progetto che, vedendoci dentro e non fuori, può se non altro essere guidato nella direzione a noi più conveniente.

Resta tuttavia ben fermo sullo sfondo di questa conversazione il pessimismo quasi cosmico di un ex protagonista del mondo militare in merito ad un’Europa che, nel contesto delle attuali turbolenze mondiali ben segnalate dai fatti drammatici di questi giorni al confine turco-siriano, resta ai margini di un gioco dove toccano palla solo le altre potenze, restituendoci la consueta sensazione di un continente dove si coltivano grandi ideali ma che resta letteralmente senza nerbo. 

Allora generale, si sente rassicurato dal cambio della guardia al Ministero della Difesa?

Come voi ben sapete, io non ho lesinato le mie critiche alla gestione del governo precedente, e lei si ricorderà bene la mia decisione di disertare le celebrazioni del 2 giugno con una scelta che ha fatto più rumore di quel che pensavo all’inizio.

La risposta è sì?

La risposta è: vediamo quel che fa questo governo. Stiamo aspettando i dati di bilancio e vedremo a quel punto se l’atteggiamento del governo in carica è di consapevolezza della necessità, o meglio, della indispensabilità di uno strumento militare per la nostra politica, o se si continuerà con l’andazzo precedente.

Subito dopo aver ricevuto l’incarico di formare il suo secondo governo, il primo ministro Conte è andato a Washington dove ha confermato solennemente l’impegno italiano sugli F-35. È contento, oppure anche lei nutre qualche timore per la presenza, nella coalizione politica che regge l’esecutivo, di una forza politica che non nasconde la propria avversione verso gli F-35 e che, se dipendesse solo da lei, opererebbe quasi certamente un taglio netto?

La parte politica a cui lei fa riferimento è totalmente inconsapevole delle dinamiche globali e quindi credo sia assolutamente fuori dalla realtà. La questione F-35 dovrebbe essere in primo piano e non solo per gli aspetti di carattere operativo che sono peraltro fondamentali, perché si tratta di un sistema d’arma completamente nuovo con capacità straordinarie, e non semplicemente di un aereo nuovo che ne sostituisce uno vecchio. Il punto è che ci sono questioni in ballo di carattere industriale, perché noi – come lei ben sa – abbiamo a Cameri la linea di assemblaggio dei nostri velivoli e di quelli olandesi, e quello è un investimento che promette ritorni importanti al nostro sistema-paese.

Temo che queste sue osservazioni lascino del tutto indifferenti l’elettore medio grillino. Se dovesse rivolgersi proprio a lui, cosa gli direbbe per convincerlo dell’utilità, per un paese come il nostro, degli F-35?

Gli direi, molto semplicemente, che le macchine che abbiamo in servizio oggi non sono in grado di essere integrate in una forza comune, e quindi se schierate in una coalizione rischiano non solo di dare alcun apporto, ma di essere addirittura un peso. E poi gli direi che, nel mondo hobbesiano in cui viviamo, avere la disponibilità di uno strumento che possa consentire l’uso della forza quando è indispensabile, e nella misura in cui è indispensabile, non può essere messo in dubbio. Poi è chiaro che tutti quanti vorremmo un mondo pacifico, o francescano se preferisce, ma purtroppo non è così.

È mio dovere ricordarle che quando un sottosegretario grillino del Conte 1 disse qualcosa di molto simile, fu linciato dal suo partito. In tali circostanze, pensa che riusciremo davvero a mantenere i nostri impegni con gli Usa sugli F-35?

È chiaro che il futuro è in grembo a Giove. Confido tuttavia sul fatto che l’impegno sarà mantenuto. E che raccoglieremo questa opportunità straordinaria. Segnalo che qualche giorno fa il capo dello Stato maggiore dell’aeronautica di un Paese che ha deciso da poco di acquistare gli F-35, la Polonia, è stato a Cameri. Se il governo polacco si convincesse a far assemblare a Cameri i suoi aerei ci sarebbe tantissimo lavoro per noi. E devo precisare che si tratta di investimenti e posti di lavoro che non durano lo spazio di un mattino, perché si tratta di una macchina che rimarrà in servizio per almeno quarant’anni. Questo vuol dire che quei posti di lavoro sono garantiti per almeno quarant’anni. Sfido chiunque a indicarmi una qualsiasi impresa industriale che garantisca posti di lavoro per un tempo equivalente.

Sotto il profilo dell’investimento si tratta insomma di un ghiotto affare per l’Italia.

È dimostrato che il moltiplicatore degli investimenti nel settore aerospaziale è più elevato che in quasi tutti gli altri comparti industriali. Quindi, ogni euro speso rende molto di più di quanto costi, e lo rende per un tempo molto lungo. Io credo che chi governa un paese non possa rimanere indifferente di fronte a questa nozione elementare. 

Oltre a confermare l’impegno sugli F-35, il nuovo governo ha fatto un secondo passo rilevante nel campo della Difesa: l’adesione all’European Intervention Initative (EI2), il progetto bandiera del presidente francese Macron che è stato accompagnato da un codazzo di polemiche. Lei che ne pensa?

Trovo che l’idea francese sia viziata da un’essenza franco-centrica che la rende difficilmente appetibile. È un’iniziativa che si pone al di fuori della Nato e dell’Ue. E per questo dunque a me non piace. Cionostante, la mia posizione assomiglia a quella di altri ed è che bisogna esserci dentro. Perché se uno non partecipa a questo tipo di iniziative, non può poi sperare di potere in qualche modo controllarle e indirizzarle. Trovo dunque opportuna una presenza che non vuol dire approvazione delle modalità o delle finalità.

Certo è che il modo quasi furtivo con cui è stata annunciata la nostra adesione fa riflettere. Cosa indica?

Indica che su certi temi l’attenzione politica è abbastanza ridotta, purtroppo. Ci sono cose che preoccupano i nostri governanti molto di più. I temi della sicurezza e della difesa sono purtroppo in secondo piano. Non se ne parla, o se ne parla sottovoce. Ma questa ovviamente non è una novità. È un brutto vizio che continua.

Eppure, questo dovrebbe essere il momento in cui portare in primo piano certe discussioni. In fin dei conti, abbiamo la guerra ai nostri confini, in Ucraina come in Libia, e stiamo facendo ancora dibattiti astratti. Perché?

Perché l’Europa è guidata da politici che rispondono alle rispettive opinioni pubbliche nazionali, le quali hanno goduto negli ultimi 70 anni un lungo periodo di pace mai visto prima, e ciò le ha portate a credere che la guerra sia stata messa fuori dalla storia. Così non è, come sanno benissimo nei Balcani Occidentali, in Ucraina o in Medio Oriente. Senza una presa di coscienza di tutto ciò da parte dell’opinione pubblica, i nostri governanti continueranno a mettere la testa sotto la sabbia.

In questi giorni c’è stata una gravissima crisi al confine turco-siriano, anzi era cominciata una vera e propria guerra che è stata bloccata dopo l’intervento delle grandi potenze. Che prova ha dato l’Europa in questa circostanza?

Una prova di totale assenza, se non di indifferenza. Col risultato di lasciare campo libero alle forze che invece sul terreno vogliono imporsi, che sono quelle della Turchia di Erdogan, della Russia di Putin, della Siria di Assad e chi più ne ha più ne metta. Gente, insomma, che è ben consapevole che i progetti politici devono essere sostenuti con la forza.

Ecco, però i popoli europei, quello italiano incluso, si sono mobilitati e hanno urlato a gran voce il loro grido di dolore per i curdi traditi da Trump e aggrediti dal Sultano…

È proprio quello che stavo dicendo prima. L’atteggiamento europeo è stato soltanto vocale, non accompagnato da alcun segno di volontà politica di voler proteggere e aiutare chi ci ha tolto le castagne dal fuoco sconfiggendo l’Isis. È un atteggiamento che non risponde certo all’esigenza di affermare la presenza e la visibilità di un’Ue che ha dimostrato oltretutto una scarsa coesione. Il risultato di tutto questo è l’assoluta irrilevanza della posizione dei singoli paesi europei, che essendo delle micro-unità nell’ambito della dialettica tra grandi potenze non hanno alcun modo né di farsi ascoltare né di dare un contributo alla gestione dei problemi.

La sequenza un po’ schizoide delle decisioni degli ultimi dieci mesi di Donald Trump in Siria si conclude con i soldati americani che abbandonano il campo tra lanci di patate e pomodori da parte della popolazione civile di quei territori martoriati. Cosa ne pensa di queste defaillance dell’impero Usa?

L’osservazione da fare qui è di tipo storico-strategico ed è che gli Usa sono stanchi di guardare a quello che succede nel mondo come se loro ne fossero responsabili e dovessero intervenire comunque. Non parlerei comunque di atteggiamento schizoide. È vero che Trump è un elemento molto folkloristico, ma lui non ha fatto altro che interpretare una tendenza che già con Obama era chiarissima. Lo sta facendo se vogliamo in modo un po’ grossolano, ma sta continuando a fare quello che gli americani gli chiedono di fare.

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