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Vi spiego i 2 obiettivi della normalizzazione avviata da Fed e Bce

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La normalizzazione di Fed e Bce analizzata dall’editorialista Guido Salerno Aletta

 

E’ stata tutta una corsa, quest’anno, per le Banche centrali investite direttamente dalle crisi finanziarie del 2008 e del 2011, Usa ed Eurozona, a concludere le politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decise per contrastarne gli effetti. Molto più avanti sta la Fed, rispetto alla Bce.

Hanno due obiettivi da raggiungere: tornare ad un livello di tassi normale; ridurre le dimensioni dei loro bilanci, vendendo gli asset in portafoglio e così rastrellando liquidità. La questione dei tassi incide sulle attività economiche legate al credito, secondo i criteri ben noti. Ma serve alzarli presto, per costituire un cuscinetto di almeno quattro o cinque punti percentuali, quelli considerati necessari per affrontare una nuova crisi, economica o finanziaria che sia. Il ritiro della liquidità, immessa in questi anni in quantità senza precedenti, ha l’obiettivo di evitare lo snaturamento definitivo delle funzioni delle Banche centrali. Hanno finanziato ila ripresa dei corsi azionari e sono diventate owner di asset, e non solo lender of last resort del sistema bancario

LA TORSIONE INTERVENTISTA DOPO LE CRISI

La questione è delicata assai, perché va considerata alla luce di quanto avvenne dopo la crisi del ’29, con l’avvento dello Stato dirigista e del capitalismo di Stato, ben diverso dal socialcomunismo.

Dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2011, l’orrore provocato dal solo pensiero di tornare indietro di ottanta anni, alle politiche stataliste, di welfare e keynesiane, è stato sufficiente per attivare politiche monetarie che risollevassero direttamente l’intero sistema finanziario, trasformando la natura e le funzioni delle Banche centrali in veri e propri animatori del mercato. Gli acquisti di titoli pubblici sono serviti ad immettere liquidità che è andata a sostenere i corsi azionari, operazioni speculative, buy-back ed acquisizioni, determinando la bonanza delle Borse. E’ esattamente ciò che, dopo le leggi di separazione tra banche commerciali e di investimento, dopo la crisi del ’29, non si poté più fare.

COME HANNO AGITO LE BANCHE CENTRALI

La funzione delle banche centrali “occidentali” sembra dunque aver subito una torsione: sono diventare degli operatori finanziari istituzionali, con una natura mista, analoga a quella che la Bank of England aveva alle sue origini: la BoJ ha avuto un ruolo attivo negli investimenti infrastrutturali pubblici ed in quelli privati dopo lo tsunami e l’incidente nucleare di Fukushima; la Fed ha comprato enormi quantità di Mbs’s immobiliari emesse dalle agenzie federali; la Bce ha attivato nell’ambito del Qe un sostanzioso programma di intervento a favore del settore privato, con l’acquisto di obbligazioni derivanti dalla cartolarizzazione di crediti al consumo o di mutui (Abs), di obbligazioni garantite (Covered bond), e pure di beni aziendali ad alto rating (Qe3). Si stanno accollando veri e propri rischi imprenditoriali: questione ancora più rilevante se si considera che il Governatore della Bce Mario Draghi ha ammesso che il Qe è ormai entrato stabilmente a far parte degli strumenti in dotazione della Banca.

Si è andati quindi molto oltre rispetto all’obiettivo della stabilità della moneta, e comunque della massima occupazione compatibile con la stabilità della moneta, per cui furono concessi alle banche centrali poteri ed autonomia.

L’ORTODOSSIA MONETARIA DEL BLOCCO BRICS-PLUS

Per quanto possa apparire paradossale, sono state le Banche centrali del blocco geopolitico rappresentato dai Paesi Brics-Plus, segnatamente quelle di Cina, Russia e Turchia, ad aver tenuto un atteggiamento monetario più ortodosso: non hanno dovuto svolgere quel ruolo di assistenza al mercato che invece si sono accollate le loro consorelle occidentali. Ciò in quanto in quegli Stati c’è una forte direzione politica dell’economia, anche attraverso le aziende e le banche pubbliche. Le banche centrali “occidentali”, ed in particolare la Bce, si trovano quindi più esposte, e soprattutto vulnerabili per la imprevedibilità dei processi solo di mercato, di quanto non lo siano le banche centrali del blocco Brics-Plus.

Risultano evidenti le coerenze tra strutture dei tassi e sistema economico: il Giappone, avendo un enorme debito pubblico, che gli serve come asset non soggetto ad inflazione cui destinare parte dell’attivo commerciale con l’estero, ha necessità di tenerne i tassi a medio termine a zero per evitare uno sforzo fiscale progressivo a carico del bilancio pubblico. La Cina, avendo come obiettivo strategico l’ampliamento del mercato interno, deve prioritariamente orientare l’offerta di credito a questo fine, e controllare i tassi per contrastare l’esportazione di capitale per fini speculativi. Un ritmo di crescita sostenuto, con rendimenti del capitale consistenti, rappresenta il miglior antidoto.

Problemi di tutt’altro genere deve affrontare la Fed.

(1. continua; la seconda e la terza parte dell’analisi saranno pubblicate nei prossimi giorni)

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