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Fake news? No grazie (ma niente censure del libero pensiero). Il libro del prof. Ocone

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Estratto del libro “La cultura liberale Breviario per il nuovo secolo” scritto dal filosofo Corrado Ocone per Giubilei Regnani editore (2018) presentato giovedì scorso a Roma

L’allarme sulle cosiddette fake news lanciato dai mezzi di comunicazione e dalle élite tradizionali è, con molta probabilità, un moto di reazione di queste ultime all’attacco mosso loro dalle aspiranti nuove élite “populiste”. Un’arma politica travestita da “oggettivo” allarme sociale. Non che, sia beninteso, il web e il dibattito pubblico non siano popolati da “bufale” o da “verità” mischiate sapientemente a “bufale”, in modo da far apparire queste ultime verosimili. Il fatto è che dalle fake news, che sono sempre esistite, non ci si difende combattendole in nome di una “verità ufficiale” o “di Stato”, stabilita da una qualche “polizia del pensiero”, ma dandole libero corso e facendole smontare nella misura possibile dal libero confronto delle opinioni e dalla libera critica.

Certo, è vero che non tutti hanno il tempo o gli strumenti per esercitare queste nobili arti, cioè per partecipare in maniera non del tutto passiva al dibattito pubblico, ma delle due l’una: o si accantona la democrazia, e si dà libertà di espressione e decisione politica solo ai “sapienti”; o si accetta fino in fondo il gioco democratico, come il realismo e anche l’efficacia dei risultati suggerirebbero senza indugi di fare. Che la prima alternativa sia surreale, non toglie purtroppo che essa sia perorata da qualche presunto o autoproclamatosi grande saggio, tanto che si è arrivati a parlare, dimentichi della lezione di Alexis de Tocqueville, persino di un governo da affidare ai soli competenti o istruiti, oppure si è proposto di dotare solo costoro dei diritti politici (è stato persino possibile proporre, da parte di qualcuno, l’ideale dell’epistocrazia!).

Ora, a parte la difficoltà di stabilire chi è sapiente e chi no (e certo non possono all’uopo aiutarci le “oggettive” valutazioni che la mentalità positivistica ci propina quotidianamente attraverso test et similia), vanno considerati molti altri aspetti. Prima di tutto è necessario considerare il fatto che l’esperienza insegna (e la teoria conferma che non sarebbe potuto essere diversamente) che tutte le volte che gli uomini di cultura sono andati al potere hanno combinato molti più guai – se non dato atto a vere e proprie tragedie – dei politici puri. In seconda istanza va considerato che il democraticismo estremo a cui oggi assistiamo è un portato proprio delle idee perorate a cominciare dagli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso da quella casta intellettuale variamente liberal che oggi si ritrae di fronte alle conseguenze del proprio pensiero e ai risultati della continua erosione dei valori da essa compiuta dall’interno della tradizione occidentale.

Come ci ha insegnato appunto Tocqueville, se ben governata, la democrazia offre molte opportunità. Governare e vivere la democrazia significa per esempio non demonizzare le posizioni anche le più lontane dalle nostre, rinchiudendoci in una sorta di spocchiosa (e spesso mal riposta) “superiorità” intellettuale e morale. Significa tener ben presente che ogni punto di vista, anche quello apparentemente più eccentrico o bislacco, nasce da un bisogno concreto e potrebbe contenere un pezzetto di “verità” di fronte a cui chiudere gli occhi risulterebbe sicuramente colpevole.

Ritornando alle fake news – e senza richiamare dotte disquisizioni filosofiche, che pure avrebbero un senso, sulla “verità”, sul “conflitto delle interpretazioni”, sull’inesistenza di una “verità oggettiva”, su cosa è “realtà” ecc. – si può dire che esse non esistano nella nostra epoca in una proporzione maggiore che in altre, anche se sono sicuramente aumentate di numero per l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione di massa e dello stesso numero delle informazioni a nostra disposizione: ma questa è una questione puramente empirica e non altro. Di notizie veloci e contraddicentesi vive la modernità ed è normale, in una società di mercato, anche dell’informazione, che ognuno cerchi di persuadere o addirittura manipolare gli altri con le proprie idee. Se ne esce solo in un modo: aumentando le fonti di informazione e il pluralismo delle opinioni e lavorando a che cresca nella società civile, dal confronto fra le idee, la consapevolezza critica.

È risibile accusare qualcuno, fosse pure una potenza straniera, di manipolare con la propaganda le campagne elettorali. Le campagne elettorali, fatto salvo il rispetto della legge, sono proprio questo libero campo di gioco ove si persuade, si manipola, si cerca di portare a sé, anche con le illusioni e le “menzogne”, la più parte dei votanti. La differenza fra uno Stato democratico e uno che non lo è sta nel fatto che il primo dà libero corso a più modi di manipolare i fatti e mette a disposizione più interpretazioni (a ben vedere anche la scelta dei titoli o della gerarchia delle notizie in un giornale è una forma di manipolazione), mentre nel secondo c’è generalmente una sola fonte, per lo più di Stato, accreditata a dare notizie.

Dietro gli appelli di molti dei più accorati fustigatori delle fake news, si intravede, da una parte, una volontà censoria e un desiderio di “pensiero unico” simile nella forma al modello vigente nei paesi non democratici (anche se nelle democrazie esso si presenta sotto le vesti del “politicamente corretto”); dall’altra, un doppiopesismo che porta a minimizzare, o a giudicare encomiabili, rispetto alle altre, le azioni compiute dalla propria parte politica (si pensi all’esaltazione dell’uso non proprio “ortodosso” del web compiuto da Obama nella campagna elettorale che lo portò alla presidenza o, per altro verso, alla messa sotto silenzio dello scandalo delle intercettazioni messe in atto degli Stati Uniti sui telefoni privati dei capi di Stato alleati, emerso nel corso della sua presidenza).

Per gli avversari politici, che diventano nemici tout court, è sempre pronta da parte dei liberal la scomunica e la delegittimazione morale. La retorica del razzismo, dell’antifascismo e della discriminazione viene usata a manica larga. Il dibattito democratico risulta compromesso o viziato ab origine da questi atteggiamenti. La democrazia vive nel pluralismo e, oltre al diritto di argomentare delle “verità”, c’è anche quello di dire delle fregnacce (e di essere poi smentiti). Al liberale che voglia fare i conti con esse, deve preoccupare non la presenza di sciocchezze nel discorso pubblico, a cui tutti devono avere uguale e paritetica possibilità di accesso, quanto la disintermediazione che utopie come quella della “democrazia diretta” (non certo un’invenzione dei nostri tempi!) propongono come soluzione ai problemi. Questa utopia, per cui “uno vale uno”, a prescindere, è l’opposto speculare dell’idea di un governo dei sapienti, dei competenti o dei “tecnici”. La democrazia che sta a cuore a un liberale si muove tenendosi lontana da questi due poli.

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