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Perché in Europa crescono le tensioni economiche e sociali

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

In Europa, i focolai di tensione sociale e politica continuano a moltiplicarsi. Sono in crisi profonda le famiglie politiche tradizionali, Popolari, Gaullisti, Socialisti e Democratici, che hanno dominato la scena democratica dal dopoguerra. La loro alternanza al potere ha perso credibilità a causa della piena adesione che hanno accordato alle regole di austerità decise con il Fiscal Compact, alle conseguenti politiche di deflazione salariale, ai meccanismi di severa condizionalità cui sono subordinati gli aiuti erogati dall’Unione sotto la vigilanza della Troika, composta da Ue, Bce e Fmi.

LE PROTESTE POPOLARI E IL MURO DI BRUXELLES

Finora, però, le crescenti proteste popolari e le nuove maggioranze euroscettiche si sono schiantate sul Muro di Bruxelles: “Votare non serve: le regole non cambiano con i governi”. Lo spiegò così, brutalmente, nel 2015, il ministro tedesco delle Finanze Wolfang Shaeuble al neo eletto presidente ellenico Alexis Tsipras ed al suo ministro del Tesoro Janis Varoufakis, che pensavano di poter contrastare le misure di austerità accettate dal loro predecessore in cambio del salvataggio finanziario. Era stato già firmato l’Atto di Capitolazione, quello con cui la Grecia rinunciava a qualsiasi resistenza.

IL CASO GRECO

Il movimento Syriza fu il primo a vincere elezioni politiche europee sull’onda della protesta popolare: per convincere il governo greco a non chiedere più modifiche al piano di austerità, e con la scusa che le banche non avevano più liquidità per via dei continui ritiri, alla fine di giugno dello stesso 2015, la Troika ne decise la chiusura degli sportelli, bloccando contestualmente ogni transazione, comprese quelle sulle carte di credito: Ai bancomat, il prelievo fu limitato a 60 euro. L’economia fu portata al collasso ed Atene piegò definitivamente le ginocchia.

COME E’ ORA L’EUROZONA

L’Eurozona, per il pericolo dell’implosione della moneta unica, si è andata trasformando in un sistema accentrato, militarizzato, di comando e controllo. L’Unione europea coincide ormai con l’Eurozona, mentre tutto il resto è ancillare, inutile. Per questo motivo il Premier britannico David Cameron votò contro le proposte presentate nel Consiglio europeo del dicembre 2011: non gli interessava aderire al Fiscal Compact, soggiacere alla Banking Union e ancor meno partecipare al finanziamento dell’ESM. La Brexit nacque allora.

DOSSIER BREXIT

Il distacco britannico dall’Unione rappresenta ancora uno dei fattori più critici: nessuno sa come andrà a finire. Nonostante mesi e mesi di estenuanti trattative, l’Accordo di Recesso della Gran Bretagna non è stato ancora approvato da Westminster. La Premier Theresa May, dopo aver chiesto il rinvio a gennaio del voto parlamentare sull’Accordo, ha dovuto promettere che non guiderà i Conservatori nelle elezioni del 2021 ed ha pure subìto l’onta della mozione di sfiducia. E’ rimasta in sella, ma ha riportato un risultato pesantissimo, visto che un terzo dei suoi parlamentari le ha votato contro. Ora si deve recare nuovamente a Bruxelles, per pietire una dichiarazione aggiuntiva, legalmente vincolante, per evitare il limbo eterno a cui l’Inghilterra sembra essere stata condannata: non starà più dentro l’Unione, ma neppure completamente fuori, cumulando così gli svantaggi di entrambe le condizioni. La posizione europea è stata sempre la stessa: nessuno sconto, nessun cedimento. Chi abbandona l’Unione deve essere punito duramente.

(1. continua)

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