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Ecco perché l’Ue è sospesa al filo dell’Eurogruppo

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Eurogruppo

Che cosa sta succedendo all’Eurogruppo? L’articolo dell’avvocato Angela Lupo

 

Dopo una notte vissuta ad oltranza, la riunione consiliare dell’Eurogruppo è stata aggiornata al 9 aprile: si decideranno le misure economiche per contrastare gli effetti della pandemia Covid-19 e ancora una volta – rebus sic stantibus – si delineerà la conformazione e il futuro dell’Ue.

Oppure tutto resterà come se nessun evento pandemico avesse fatto capolino nel Vecchio Continente.

Sulla necessità di accedere a un European Recovery and Reivestment Plan — potenziato da European Recovery Bonds — si è già detto, qui si rimanda, per non ripeterci.

Considerazioni ulteriori, tuttavia, andrebbero fatte anche solo dando un’occhiata ai 14 Paesi dell’Ue che, insieme all’Italia, condividono la proposta di Europeanbonds: Francia e Spagna in primis, ma anche Portogallo, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo, Slovenia, Lettonia, Estonia, Lituania, Slovacchia e Cipro.

Per contro, Olanda, Germania, Austria, Finlandia, Danimarca, Polonia, Malta, Repubblica Ceca, Romania, Svezia, Ungheria, Croazia e Bulgaria sono gli Stati membri che si sono opposti e che rivendicano la sufficienza di quanto fatto sino ad ora da Ue (nuovo Qe e nuovo tetto acquisti diretti anche di titoli pubblici, da parte di Bce, nonché Mes e tutto il kit di strumenti, ivi compreso la linea ECCL).

Alla proposta di Europeanbonds, dunque, si oppone una geografia di territori nordici e dell’est balcanico.

14 Paesi contro 13 Stati membri dell’Ue.

E non potremmo mai sapere cosa sarebbe successo se Uk fosse ancora parte dell’Unione europea.

Tra gli Stati membri assurge rilievo, per importanza – nel contesto dei territori del Vecchio Continente – la Germania, la Nazione uscita pesantemente sconfitta, nel secondo conflitto mondiale, e che, nel 1989, vide la propria unificazione (Germania dell’Est e Germania dell’Ovest), con non poche conseguenze per la Storia dell’Europa e dell’Ue.

Nel nutrito dibattito su Europeanbonds, tra le riflessioni di questi giorni – senza mai cedere alla polemica – è stato singolare quanto letto, su Libero, a firma dell’Avv. Cristina Rossello: “Non si chiede che la Germania restituisca qualcosa ma soltanto che contribuisca a costruire con gli altri Paesi europei, tutti insieme, un nuovo debito collettivo, di cui rispondere tutti insieme, partecipando con nuova fiducia globale per un avvenimento nuovo. Si tratta di un investimento per il futuro: una partecipazione a un futuro debito. È storia. E se risaliamo al famoso debito di guerra tedesco dopo il 1945 apprendiamo che aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora) pari al 100% del Pil tedesco. La Germania non poteva pagare i debiti accumulati in due guerre da essa stessa provocate. La Russia pretese e ottenne il pagamento dei danni di guerra fino all’ultimo centesimo mentre l’Italia, insieme ad altri Paesi europei rinunciò a più di metà della somma dovuta da Berlino”.

A queste parole dell’Avv. Rossello, fanno eco i moniti dell’ex Cancelliere tedesco Schroder, in un’intervista apparsa sul Corriere della Sera: “Abbiamo bisogno di debito comune europeo. Siamo stati aiutati molto dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante fossimo stati proprio noi a causarla” e oggi “ci avvantaggiamo tutti dall’Europa, unita, sul piano politico, culturale ed economico”.

Questo è il sentimento di gratitudine di un tedesco che ha fatto la storia del suo popolo.

Gratitudine, dunque, nei confronti dell’Europa unita, che ha saputo rimediare agli errori di una guerra mondiale disumana e che, pur nelle tante imperfezioni burocratiche di tecnocrati (e non solo), ha regalato pace ai popoli europei.

Diversamente, senza una vera risposta comune dell’Ue a questa pandemia Covid-19 che sta flagellando tanti paesi del mondo intero e sconquassando interi territori ed economie, l’Unione europea perderebbe ogni possibile progetto al futuro.

Senza una coralità di voci a cui far corrispondere una necessaria, vitale coralità economica e sociale, l’Unione europea non avrebbe più ragioni di esistere, tanto più in un momento di gravità complessiva, a causa di un nemico invisibile e comune, come il Covid-19.

Per dirla con le parole del Prof. Romano Prodi, già Presidente della Commissione Ue, all’indomani della riunione consiliare dell’Eurogruppo del 26 marzo scorso: “È stato un Consiglio europeo terribile. Tra 15 giorni si raggiungerà un compromesso. Ma sarà un vivacchiare. La soluzione sono gli eurobond”.

Ecco appunto, non serve più vivacchiare.

Vivacchiare è per chi non ha speranza, per chi non vuole più sognare l’Europa unita.

“I have a dream”… l’Europa.

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