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Perché in Germania si borbotta sull’esercito tedesco

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L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino sullo stato di salute dell’esercito tedesco

 

I soldati tedeschi impegnati nella missione internazionale in Sudan non smobiliteranno: il governo di Berlino ha prolungato questa settimana la loro presenza, almeno sino a fine anno, quando l’Onu dovrebbe varare una nuova missione. I 70 soldati continueranno, sotto l’egida delle Nazioni unite, a difendere la popolazione civile, garantire l’afflusso degli aiuti umanitari e cooperare alla stabilizzazione della provincia meridionale del Dafur.

UN’OPINIONE PUBBLICA PACIFISTA E L’OMBRELLO DI SICUREZZA USA

Il prolungamento della missione potrebbe apparire una notizia scontata, ma non lo è. Ogni approvazione di un impegno militare all’estero cozza in Germania contro due ostacoli: il consolidato sentimento pacifista dell’opinione pubblica e la scarsità di mezzi di cui le forze armate tedesche dispongono. Un ostacolo è causa dell’altro, e tutti e due sono conseguenza del trauma del nazismo e della seconda guerra mondiale e dell’ombrello di sicurezza americano calato sull’Europa occidentale dai tempi della guerra fredda: la sicurezza di Berlino (e soprattutto di Bonn) era delegata a Washington.

Da qualche tempo, tuttavia, anche in Germania si sono levate voci politiche a favore di un maggiore impegno internazionale del paese, anche militare. Un po’ perché gli americani hanno cominciato concretamente a ridisegnare il proprio interesse nazionale disimpegnandosi da aree sensibili per l’Ue, un po’ perché la Germania ambirebbe a un nuovo protagonismo in politica estera (che peraltro molti alleati le chiedono). Berlino non raggiunge neanche il 2% delle spese militari in seno alla Nato, alle quali sarebbe obbligata: il braccio di ferro con l’amministrazione Trump (e prima, meno ruvido, con l’amministrazione Obama) è ormai cronaca quotidiana dei rapporti fra le due capitali.

SCHAUBLE ORA SOLLECITA UN MAGGIORE IMPEGNO MILITARE TEDESCO

L’appello a un maggiore protagonismo sulla scena internazionale, anche militare, fu uno dei punti principali del discorso di investitura del presidente federale Frank-Walter Steinmeier, nel marzo 2017. È stato, in verità senza grande successo, il filo conduttore della politica di Ursula von der Leyen al ministero della Difesa. In questi giorni si è aggiunto il richiamo di Wolfgang Schäuble, oggi presidente del Bundestag. “Non possiamo rimettere ogni cosa agli americani e ai francesi”, ha detto Schäuble in un’intervista al quotidiano francese Ouest France, la lezione di Auschwitz non può essere un argomento per rifiutare ogni impegno duraturo. Lo strumento militare non è sempre utile a raggiungere un obiettivo, ma nulla si muove senza la capacità di mostrare rilevanza militare: “Non possiamo voltarci dall’altro lato, se l’Europa deve giocare un ruolo più incisivo, noi dobbiamo poter assicurare il nostro contributo”.

IL RAPPORTO DEL BUNDESTAG: SITUAZIONE DISASTROSA

Ma lo stato in cui oggi versano le forze armate tedesche non riflette le ritrovate ambizioni dei politici. “La situazione per gli uomini e il materiale è disastrosa”, ha sintetizzato la settimana scorsa Hans-Peter Bartels, responsabile al Bundestag per i problemi militari, presentando il rapporto annuale sulla Bundeswehr, da anni un depresso elenco di carenze e inefficienze. Certo, risulta quasi beffardo che a chiedere un maggiore impegno militare sia lo stesso Schäuble che, da ministro delle Finanze, manteneva ben chiusa la borsa della spesa (anche di fronte alle richieste di von der Leyen) in nome dell’obiettivo degli zero debiti, lo Schwarze Null. L’elenco di Bartels è un cahier de doléances senza fine. L’ammodernamento delle armi pesanti non procede come dovrebbe, vecchi camion, cannoni e carri armati sono andati in pensione ma i nuovi non sono ancora arrivati. I carri armati Puma, così come i Leopard 2 e 3, ritenuti i migliori panzer del mondo, passano più tempo nelle officine di riparazione che sul campo: dei 284 costosissimi panzer Puma acquistati, solo un quarto era lo scorso anno pronto al combattimento. Mancano meccanici esperti e pezzi di ricambio ma anche specialisti nei settori dell’IT, medici e sanitari, finanche i soldati: oltre 20 mila posti restano vacanti e le autorità militari (con in testa l’ex ministro von der Leyen) avevano pensato di occuparli importando leve da altri paesi dell’Unione Europea. Non va meglio alla marina, dove attendono ancora le nuove fregate e le complesse leggi che regolano gli appalti favoriscono guerre di ricorsi fra i cantieri navali ritardando le consegne.

BUNDESWEHR NON ATTREZZATA PER UNA DIFESA COLLETTIVA

La burocrazia è il male oscuro dell’esercito, che è stata capace di tenere immobilizzato il miliardo e 100 milioni di euro stanziati con il bilancio 2019. La centralizzazione degli ordini di acquisto nell’ufficio di Coblenza è stata “controproducente” e ha ingolfato la macchina burocratica: da lì parte ogni ordine, sia che riguardi un Futur Combat Air System da 100 miliardi di euro, che un paio di calzini per i soldati. E infatti ai militari mancano anche materiali e vestiti di ricambio: quattro anni e mezzo di attesa media per avere un nuovo paio di stivali o uno zaino. Sarebbe più efficiente dare ai soldati i soldi in mano e consigliargli di acquistare il materiale da soli. Il giudizio finale del rapporto parlamentare è drastico: “In caso di un attacco a nazioni alleate o alla stessa Germania, la Bundeswehr non è ancora attrezzata per una difesa collettiva”.

UN NUOVO BANCO DI PROVA PER ANNEGRET KRAM-KARRENBAUER

Ora l’eterno problema scottante dell’esercito è nelle mani della ministra Annegret Kramp-Karrenbauer, la neo presidente della Cdu che Angela Merkel in persona ha voluto alla guida della Difesa, in modo che potesse dimostrare capacità di leadership e governo. La ministra ha riunito attorno a un tavolo generali, ammiragli e alti funzionari della Bundeswehr e ha lanciato un programma urgente per il miglioramento dell’equipaggiamento dei soldati. Tale programma ha anche un nome che naturalmente usa il linguaggio militare: “Iniziativa approntamento”. Si parte da una tirata d’orecchia ai fornitori, assicurando che l’esercito rispedirà al mittente ogni sorta di materiale scadente e che negli acquisti sarà adottato una specie di criterio “premium” e si arriva alla riorganizzazione della centrale ordini di Coblenza: da un lato, gli acquisti per il materiale sanitario verranno coordinati altrove, dall’altro è previsto un rafforzamento degli organici attraverso lo spostamento di funzionari da altri uffici dell’esercito. Sembrano semplici misure di ordine amministrativo, piccoli tentativi di aggiustamento qua e là, più che un programma ampio di riforma. Una politica di piccoli passi che dovrà dimostrare di poter contribuire a colmare deficit consolidati e rendere – parole della ministra – “le forze armate tedesche pronte a rispondere ai cambiamenti internazionali e alle nuove sfide”.

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