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Emanuele Severino e le vertigini della metafisica. L’analisi del prof. Ippolito

di

Emanuele Severino

L’analisi del professore Benedetto Ippolito, storico della filosofia, su Emanuele Severino

 

La notizia della morte di Emanuele Severino, dal punto di vista strettamente filosofico, costituisce uno spartiacque importante tra il nostro presente e il secolo che si è chiuso ormai da due decenni. Per chi ha studiato come me alla Cattolica di Milano negli anni ’90 dello scorso secolo i suoi scritti sono un classico inevitabile, le sue riflessioni metafisiche un passaggio obbligato, le sue conclusioni una provocazione continua.

Allievo di Gustavo Bontadini, maestro insuperato per intere generazioni di studenti e professori, la fama di Severino è diventata pubblica dopo la pubblicazione nel 1964 dell’articolo Ritornare a Parmenide, nel quale l’intera prospettiva classica era radicalizzata e contestata duramente.

Si sono ormai accumulate moltissime ricostruzioni filosofiche del dibattito che seguì a quel primo intervento di Severino, poi completato attraverso tanti libri che si sono sommati a quelli dei detrattori e seguaci che ne hanno irrobustito e discusso la prospettiva. Non è possibile, in tal senso, neanche soltanto aprire un vaso di Pandora in cui ribolle ancora nel presente uno dei dibattiti filosofici più intensi, prolifici e traumatici del XX secolo.

Al centro sempre lui, Emanuele Severino, con attorno i tanti interlocutori che si sono confrontati con la sua irriverente lettura teoretica della filosofia di Parmenide e con la relativa interpretazione radicale della filosofia classica, in primis platonica ed aristotelica, che gli comportò alla fine l’abbandono della Cattolica e il trasferimento fecondo all’Università di Venezia, ove ha poi realmente prosperato il suo pensiero.

Per uno studioso della Scolastica, il pensiero di Severino è assai rilevante: in tanto perché muove da una prospettiva essenzialmente metafisica, lontana dai vari indebolimenti teoretici contemporanei; e poi perché ricava dalle premesse del pensiero greco delle conclusioni razionali convergenti e confliggenti con il Cristianesimo.

La base del suo pensiero è il bontadiniano “Principio di Parmenide”, secondo il quale “l’essere è essere e non può non essere”. Tale asserto ontologico implica l’impossibilità di pensare che qualcosa non sia, con la conseguente negazione di ogni possibile contaminazione tra la realtà e il nulla. Mentre nello sviluppo cristiano della filosofia greca, il Principio di Parmenide si è accompagnato al riconoscimento della differenza ontologica tra l’essere nella sua purezza, Dio, e l’ente nella sua partecipata determinazione, la natura creata; in Severino, invece, il primo principio assorbe al suo interno tutte le differenze, sancendo così il carattere necessario, assoluto, oltre che immediato, di tutto ciò che esiste in opposizione al non essere.

Francesca Rivetti Barbò ha ben riassunto anni fa, in un suo famoso articolo sulla Rivista di Filosofia Neo-scolastica, questa conclusione irriducibile e caustica di Severino, osservando che mentre per Aristotele l’essere esclude il non essere soltanto in sé, lasciando alla sostanza la sua propria, determinata e relativa identità diveniente, secondo l’epigono moderno di Parmenide l’essere include nella sua necessità ogni ente particolare, obbligando razionalmente a negare ogni divenire, ogni contingenza e quindi ogni possibile teologia della creazione.

Per usare le parole di Carmelo Vigna, l’intero dell’essere ingloba ed eternizza il frammento, la sostanza determinata. Ogni cosa, dunque, nella sua essenza è eternamente se stessa ed eternamente essere, senza soluzione di continuità.

Per Severino, dunque, niente più divenire, niente più partecipazione in senso platonico, niente più analogia in senso aristotelico, niente più creazione in senso cristiano, ma solo l’essere e la sua necessità.

Il rigore argomentativo e la forza di questo Logos hanno spinto Bontadini ad intervenire molte volte per confutare l’allievo, sebbene sia vero, come ha spiegato recentemente Dario Sacchi, che alla fine i rapporti si siano invertiti, fino a mutare il maestro in seguace un tantino succube dell’impenitente allievo.

La struttura metafisica necessaria, come la chiamava Severino, implica, insomma, l’impossibilità di concepire la differenza tra essere ed ente se non nei termini di una comune appartenenza al destino eterno dell’intero immutabile.

In questa sede, si possono aggiungere solo pochissimi spunti di riflessione ad una tanto ricca, straordinaria e fortunata parabola speculativa: il più importante è sicuramente quello proveniente proprio dalla tradizione Scolastica medievale e facilmente rinvenibile negli scritti di Tommaso d’Aquino e di Egidio Romano.

Se l’essere è identico a se stesso e non può non essere, non è con ciò per nulla dimostrato che l’ente, ossia il frammento e la sostanza, debba esistere necessariamente. Anzi, a ben vedere, il singolo ente, in virtù del Principio di Parmenide, coincide realmente ed unicamente solo con il suo essere ente e non con l’essere universale. Ogni ente, infatti, è la sua essenza, la quale non è l’essere universale e non è l’essenza delle altre sostanze. Inoltre, poiché l’ente, in quanto singola sostanza, è semplicemente ente, ecco che la sua essenza si distingue dal proprio esistere, impedendo l’assorbimento completo della sua contingenza nella propria necessità sostanziale.

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