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Spagna

La corrida italiana sui risultati delle elezioni in Spagna

Commenti e analisi sorprendenti e a volte bizzarre in Italia sulle elezioni politiche in Spagna. I Graffi di Damato.

 

Tutti ora, fra partiti e giornali, leader e notisti, tifosi e vignettisti, in una corsa frenetica e pericolosa nelle temperature di questa orrida estate, a ricavare lezioni e a darne in Italia dopo le elezioni in Spagna. Che avrebbero fermato “l’onda nera” – ha titolato, per esempio, La Stampa – per la cocente, indubitabile debacle della destra di Vox sponsorizzata a Palazzo Chigi da una Giorgia Meloni ora afona, o quasi. La “raucedine” attribuitale sulla prima pagina del Corriere della Sera da Emilio Giannelli nella vignetta di giornata rende sicuramente bene l’idea della delusione procurata alla premier italiana dai suoi amici spagnoli.

LE ELEZIONI IN SPAGNA E LE LEZIONI AFFRETTATE

Eppure, come avverte sempre sulla Stampa nel suo commento Giovanni Orsina già nel titolo confezionatogli in redazione, “Vox ha perso ma la destra no” perché il partito popolare spagnolo, che non è certamente di sinistra, “ha migliorato del 50 per cento il risultato del 2019, passando da 89 a 136 deputati”. I socialisti del premier uscente Pedro Sanchez, cui la segretaria del Pd Elly Schlein si è aggrappata in Italia come ad un salvagente, hanno perso invece qualche seggio e possono sottrarsi all’opposizione solo scommettendo sull’alleanza con gli indipendentisti catalani, il cui leader è proprio in questi giorni a rischio di arresto. A meno che – all’italiana come nel 1976 con la “solidarietà nazionale” di conio moroteo ma anche in altre successive occasioni – i due maggiori partiti usciti dalle urne non si accordino per qualche soluzione di emergenza. E ciò anche a costo di fare impazzire a Roma un Marco Travaglio che proprio oggi canta sul suo Fatto Quotidiano la contrarietà di Sanchez alle “ammucchiate”, come se quella con l’arrestando Carles Puigdemont non lo fosse.

Tutto credo che sia prematuro dire e prevedere a proposito del voto spagnolo e delle sue ripercussioni altrove: da Roma a Bruxelles. Anche la certezza espressa sul Corriere della Sera dal mio amico Aldo Cazzullo che “non funzioni, almeno in Spagna ma probabilmente neppure in Europa” il centrodestra da esportazione sognato dalla Meloni. E ciò perché “i popoli dei grandi Paesi europei”, a dispetto del vento soffiato dalla Finlandia alla Grecia negli ultimi tempi, “non hanno tutta questa voglia di farsi stringere nella morsa tra i sovranisti e questa nuova versione, conservatrice e un po’ torva, dei popolari”. Ma “sono affezionati – ha scritto Cazzullo – ai diritti e alle libertà”.

Più misurato, anche rispetto alla “botta per la Meloni” gridata con entusiasmo dall’Unità di Piero Sansonetti, mi sembra una volta tanto il ragionamento del Foglio nel titolo discorsivo sul “flop di Vox” che “fa bene” alla premier italiana, insegnandole che “non si può governare flirtando con gli estremismi”. “Vale in Spagna, vale in Europa. Il disastro di Vox – spiega Il Foglio – è un guaio per la Meloni di lotta ma un’opportunità per quella di governo”. Che, peraltro in partenza per gli Stati Uniti, potrebbe ora “ricalibrare l’asse e sbarazzarsi di altri fantasmi”.

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