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Elezioni Umbria: ragioni e torti di vincitori e sconfitti. Analisi

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Umbria

Le conclusioni dell’analisi a cura di Marco Valbruzzi, Davide Pellegrino e Matteo Pascale Guidotti Magnani per l’Istituto Cattaneo sul risultato delle elezioni regionali in Umbria 

 

Le elezioni regionali del 2019 in Umbria segnalano certamente alcune importanti novità se osservate in una prospettiva di lungo periodo, a partire dalla conquista di una regione tradizionalmente «rossa» da parte di uno schieramento di centrodestra in cui risulta predominante la componente sovranista legata alla Lega e a Fratelli d’Italia. Allo stesso tempo, dalle urne in Umbria emergono anche numerosi elementi di continuità con l’ultimo ciclo di elezioni Regionali iniziato nel novembre 2017 con il voto siciliano e arrivato fino al voto regionale piemontese del maggio scorso.

La maggior parte di queste elezioni ha fatto registrare alcune tendenze piuttosto chiare sull’attuale livello dei consensi ai principali partiti italiani. In primo luogo, si è notato un progressivo rafforzamento dello schieramento di centrodestra, che è riuscito a conquistare il governo in molte regioni italiane al voto. I cambi di maggioranza politica avvenuti sull’onda dell’ultimo ciclo di elezioni regionali sono ben visibili dalla Figura 6, la quale mette a confronto la situazione attuale con quella emersa dalla precedente tornata elettorale. Prima del ciclo che si è aperto nel 2017, il centrodestra era al governo in 3 regioni (Liguria, Lombardia e Veneto); oggi, dopo il voto in Umbria, le regioni controllate dal centrodestra sono salite a 12 (Liguria, Piemonte, Lombardia, provincia di Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia e Sardegna).

Però, non si è trattato soltanto di cambi di maggioranza tra centrodestra e centrosinistra. Infatti, in quasi tutte le consultazioni abbiamo osservato un rafforzamento netto e senza precedenti delle componenti più radicali (e sovraniste) dello schieramento di centrodestra, che hanno messo la Lega di Salvini in una situazione di oggettivo comando. A pagarne le spese più alte, come mostrano le nostre analisi sui flussi elettorali (compresi quelli sull’Umbria), è soprattutto il partito di Berlusconi, l’alleato più moderato all’interno di una coalizione che sta spostando sempre più il suo baricentro verso i partiti di destra.

Un altro dato che il voto regionale in Umbria condivide con le ultime consultazioni regionali è il declino elettorale del Movimento 5 stelle. Se in passato si poteva ipotizzare che le cause fossero legate soltanto alla natura digitale del partito e, quindi, all’impreparazione nella gestione delle competizioni locali, il voto regionale in Umbria così come quelli precedenti mostrano l’esistenza di difficoltà più profonde che riguardano non più o non tanto la struttura organizzativa del partito ma l’identità stessa del M5s, intrappolato in un limbo tra le attuali cariche di governo e l’iniziale carica di opposizione al sistema, incerto sulla propria collocazione a destra del Partito democratico e a sinistra della Lega, malfermo sull’originaria contrapposizione all’Europa e la sostanziale, benché passiva, adesione alle logiche di potere sovranazionali. Osservati da questa prospettiva, i risultati per il M5s delle elezioni regionali del ciclo 2017-2019 non sono soltanto singoli episodi di crisi isolate, ma nell’insieme descrivono un partito in difficoltà e in crisi d’identità.

Infine, nel centrosinistra la situazione appare congelata dopo la «sconfitta storica» del 2018, nonostante i tentativi di ri-organizzazione interna e le nuove promesse imprese di partiti personali. Anche se esistono differenze tra le singole regioni, il Partito democratico sembra avere bloccato le perdite di elettori verso altri schieramenti (sebbene in Umbria, per le specificità del caso, si notino flussi di voto dal centrosinistra soprattutto verso componenti civiche o moderate del centrodestra), ma non appare in grado di indicare una strategia per riconquistare terreno.

Ad oggi, l’unico progetto che era stato abbozzato – più in chiave difensiva che non come un compiuto disegno strategico –, cioè l’esperimento di «alleanza fredda» con i cinquestelle, non ha portato i frutti sperati. Nel frattempo, una storica regione «rossa» è passata al centrodestra e altre regioni (tra cui, prima in ordine di tempo, l’Emilia-Romagna) aspettano di vedere se lo stesso vento sovranista soffierà anche dalle loro parti e con quale intensità.

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