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Che cosa succede dopo i risultati delle elezioni in Irlanda?

di

Sinn Fein

Risultati delle elezioni in Irlanda e scenari politici nel post di Pietro Romano

 

Se a Dublino vivesse Mao, oggi sarebbe in brodo di giuggiole. Perché di gran confusione sotto il cielo d’Irlanda ce n’è in abbondanza. Anche se in pochi, a differenza del Gran Timoniere appunto, ritengono che tutto vada bene. Questo preambolo per spiegare che, al di là dei commenti sparsi a profusione dal giornalista unico, le elezioni anticipate proclamate dal primo ministro uscente Leo Varadkar per consolidare la sua maggioranza hanno messo il Paese nei pasticci.

Il voto irlandese ha provocato un terremoto, questo è certo. Ha proiettato ai vertici della politica nazionale il partito un tempo portavoce degli estremisti (e spesso terroristi) dell’Ira, il Sinn Fein, smantellando il tradizionale bipolarismo irlandese. Ha ridimensionato il partito liberal-progressista di governo, il Fine Gael. Soprattutto, ha ridato il primato alla storica formazione di destra del Fianna Fail, guidato da Micheal Martin, alleato in un passato non troppo lontano dell’italiana Alleanza nazionale, per rendere l’idea. Quanto all’assegnazione dei seggi, intorno alle 19 regnava l’incertezza e si rimaneva ancorati alle proiezioni.

Difficile, per l’enorme frammentazione del voto, che i due tradizionali partiti dominanti insieme possano conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.

Che succederà ora, è troppo presto per ipotizzarlo. Non solo prima del voto ma anche dopo la chiusura delle urne si sono sentiti solo veti. L’unica novità viene dal duo femminile alla guida del trans-nazionale Sinn Fein, Mary Lou McDonald (la leader dublinese) e Michelle O’Neill (la leader di Belfast, nell’Ulster parte del Regno Unito): le trattative con i Verdi sarebbero vicine al successo. Ma l’alleanza sarebbe comunque lontana dal detenere la maggioranza.

Vengono in mente, insomma, le elezioni britanniche del 2017. La premier conservatrice Theresa May le aveva proclamate per ottenere il trionfo e invece ne uscì sconfitta e costretta alle dimissioni. Esattamente quanto potrebbe succedere a Varadkar, un irlandese mezzo indiano e gay dichiarato poco in linea con la tradizione politica locale. Quanto al Sinn Fein anche il Labour Party britannico di Jeremy Corbyn uscì bene da quel voto, una performance effimera, come si è avuto modo di verificare successivamente, che ha aperto le porte al successo dei neo-conservatori di Boris Johnson.

Paralleli a parte, la vittoria del Sinn Fein, più eclatante in termini di seggi rispetto ai voti ottenuti perché il sistema irlandese premia il radicamento territoriale, segnala con forza problemi reali. La sera dell’exploit nelle sezioni e nei pub si è sentito intonare i canti dell’Ira ma sembra piuttosto un modo della vecchia guardia di appropriarsi di una vittoria che non le appartiene. Tutt’altro. Il Sinn Fein è un partito cittadino più che campagnolo e pare non avere più nulla a che fare con terroristi (e criminali comuni apparentemente politicizzati). Soprattutto Mary Lou McDonald (come già Michelle O’Neill a Belfast) lo ha trasformato in un partito anti-austerità, per certi aspetti vicino addirittura ai neo-conservatori di BoJo,a esempio nel Nord dell’Inghilterra. Per dire, il caro abitazione dei centri urbani era in cima al programma del Sinn Fein. Alla cui vittoria insomma sembrano aver contribuito più gli affitti brevi diffusi da Airbnb e i voli low cost di Ryanair che l’Ira, la Brexit e il nazionalismo. In questa ottica appare difficile l’intesa tra Sinn Fein e il “pro business” Fine Gael. Mentre la visione social-conservatrice allontana l’ingresso in gioco del Fianna Fail. E avvicina, sia pure ancora all’orizzonte, nuove elezioni.

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