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Elezioni Iran, tutte le sfide per Rouhani

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Fatti, protagonisti e scenari dopo le elezioni parlamentari in Iran e il ruolo del presidente della Repubblica Hassan Rouhani. Il Punto di Marco Orioles

Tutto tace in Iran in merito ai risultati delle elezioni parlamentari di venerdì. Ed è un ritardo che molto ci dice sulla situazione di un Paese che vive uno dei momenti più difficili della sua storia recente.

Le ragioni del travaglio della Repubblica Islamica chiamata l’altro ieri al rinnovo del Majlis (l’Assemblea legislativa composta da 290 deputati) sono tutto fuorché un mistero. Se si segue il filo del ragionamento enucleato nel focus Ispi a firma Alessia De Luca, il problema n. 1 della Repubblica Islamica avrebbe anzi un indirizzo e un nome ben preciso: la Casa Bianca di Donald Trump.

È stata infatti la decisione unilaterale – e, proprio per questo motivo, contestatissima dalla comunità internazionale e dall’Europa in particolare – del presidente Usa di stracciare, nella primavera di due anni fa, l’accordo sul nucleare (Jcpoa) negoziato dal suo predecessore Obama e di reintrodurre le sanzioni secondarie contro l’industria petrolifera e altri settori nevralgici dell’economia iraniana ad innescare una crisi economica e sociale ben evidenziata, oltre che dalle sollevazioni popolari di questi ultimi mesi represse come da tradizione nel sangue, da due indicatori chiave ricordati dall’Ispi: una contrazione del Pil pari a sei punti percentuali e un’inflazione schizzata al 33%.

Non è solo il già martoriato popolo iraniano a pagare il prezzo dell’embargo Usa sotto forma di forti rincari dei generi di prima necessità nonché di ogni bene importato dall’estero. La vittima più illustre della campagna di “massima pressione” degli Usa culminata a gennaio con la clamorosa uccisione del generale Soleimani all’aeroporto di Baghdad corrisponde infatti al nome della persona che più di altri è identificata con l’accordo nucleare e che, dopo il clamoroso dietrofront dell’America, è diventata lo zimbello e il bersaglio predestinato dei suoi agguerriti avversari politici: il presidente della Repubblica Hassan Rouhani.

Il fronte dei “principalisti” – il campo che unisce i conservatori e radicali che seguono alla lettera le direttive rivoluzionarie del fondatore della Repubblica Islamica, Ruhollah Khomeini, e che si riconoscono oggi nella leadership del suo successore Ali Khamenei – si appresta infatti a capitalizzare nelle urne due anni di delegittimazione di colui che più di altri (all’infuori forse del suo ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif) ha creduto alla normalizzazione dei rapporti con il Grande Satana e che per questa ingenuità potrebbe ora pagare, insieme all’intero campo riformista di cui è l’esponente più in vista, il più caro prezzo elettorale.

Se, come ritiene De Luca, a breve ci troveremo a commentare una disfatta riformista e il trionfo dell’ala dura, non lo dovremo però alla sola volontà dell’amministrazione Trump di riaprire in grande stile la stagione delle ostilità con il vecchio nemico islamista.

Comunque andrà a configurarsi, il risultato delle elezioni di ieri sarà viziato in origine dalle mosse preventive compiute dai principalisti per assicurarsi la vittoria. Una vittoria che sarà senz’altro favorita dalla durata semplicemente ridicola della campagna elettorale (appena una settimana) e soprattutto dalla decisione, da parte di quell’organo “costituzionale” che si chiama Consiglio dei Guardiani, di escludere 7.300 candidature – comprese quelle di 75 deputati uscenti – sulle 16 mila presentate (decisione che ha spinto il Tesoro Usa a varare seduta stante nuove sanzioni nei confronti di cinque funzionari del regime).

Non stupiscono, in questo senso, le proiezioni diffuse nella serata di ieri da Reuters, che assegnerebbero almeno 178 seggi ai conservatori e appena 17 ai riformisti.  Un risultato che delinea una vittoria netta per l’ex sindaco di Teheran e capofila dei conservatori, Mohammed Baqer Qalibaf, proiettato ormai sulla poltrona di portavoce del prossimo parlamento – che userà come trampolino di lancio per la candidatura a presidente nelle elezioni in programma l’anno prossimo.

Se sull’exploit dei falchi sembrano esserci pochi dubbi, c’è però un fattore in gioco che potrebbe riverberarsi sui risultati elettorali con conseguenze impossibili da prevedere. Il fattore si chiama Coronavirus, che mercoledì in Iran ha fatto le prime due vittime e costretto il regime a chiudere scuole e università nella città santa di Qom.

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