Votare, oh, oh: è l’inno intonato (o stonato) da un coro trasversale, composto soprattutto dall’opposizione ma con più di qualche cantore di centrodestra. Che invoca una scelta illogica. Andare alle urne sarebbe folle, con una maggioranza in crisi e le opposizioni divise, in un momento di incontrollabile tensione internazionale e di aggravata crisi economica e commerciale. Ma sarebbe conveniente per qualcuno: potremmo dire che “ce lo chiedono i mercati”. Ha ragione Giavazzi sul Corrierone quando, tra i molti sintomi schizoidi del periodo che attraversiamo, evidenzia il dito dello spread che potrebbe tornare a puntare contro l’Italia, dopo che Meloni ne ha abbassato la minaccia per tre anni abbondanti. Sceso da 240 a 60, ha ridotto il debito ogni anni da 5 a 36 miliardi di euri, un bel risparmio.
Già questo la dice lunghissima, alle urne ci andiamo noi cittadini ma a decidere sono i mercati finanziari. È la realtà dei fatti, non è dietrologia complottista: qualunque governo si insedi, in qualsiasi momento, avrà sempre margini di manovra ristretti e limitati da chi può spostare masse di capitali superiori ai Pil nazionali. La banale considerazione vale persino negli Usa, dove infatti la base Maga comincia a fare fronda contro Trump sulla spinta di tassi, prezzi e timori di recessione. Resta però che in Italia votare oggi sarebbe illogico, poiché non esiste una maggioranza solida e quindi tenersi quella in carica è meno peggio che sostituirla:confidiamo che l’imperturbabile sfinge del Colle se ne faccia garante.
È però sociologicamente molto interessante osservare il mesto agitarsi del mondo politico di casa nostra. La destra nasconde sotto la maschera dell’autocritica i propri rancori, improvvisamente destatisi dopo la sconfitta referendaria, accade quando si vegeta troppo a lungo nella piaggeria encomiastica. La crisi è comunque trasversale e colpisce gli sparring partner di FI e Lega, più che il socio di maggioranza FDI. A sinistra si agita invece un inconsulto ottimismo che confonde sondaggi e voti, percezione e realtà, con qualche ragionevole eccezione che avverte: le primarie sarebbero l’inizio di un leaderismo che porrebbe l’attuale opposizione nella scia del governo in carica.
Non si tratta di novità, beninteso. Tutt’altro. Da sempre la politica, almeno de noantri, obbedisce a una gerarchia inversa nella quale la rivalità personale prevale su quella correntizia intra-partitica e quest’ultima su quella interpartitica. Altrimenti in prima repubblica, con un partito di maggioranza cronicizzata come la Dc, non avremmo avuto legislature della durata media di un anno e mezzo.







