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Effetto Schlein

Parte la primavera del Pd con Elly Schlein? I Graffi di Damato

 

Anche se tradita in tante altre occasioni politiche che non tanto in Italia quanto nel mondo vi si sono ispirate, dalla Cecoslovacchia ancora comunista di Dubcek nel 1968 alle meno remote esperienze arabe della costa mediterranea, la stagione della primavera – una “nuova primavera”, ha detto Elly Schlein insediandosi come segretaria nell’avveniristica nuvola di Fuksas, a Roma – si è aperta festosamente con qualche giorno di anticipo rispetto al calendario nel e sul Pd. Che è finalmente uscito davvero dal lunghissimo percorso congressuale imboccato dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre scorso.

E’ una primavera che la Schlein, convinta di potersi sottrarre a “capibastone e cacicchi” cresciuti coltivando gli orti delle loro correnti, dovrà fare proseguire fuori stagione almeno fino alle elezioni europee dell’anno prossimo. Che svolgendosi col sistema proporzionale, e svincolate dal gioco delle alleanze o delle combinazioni di maggioranza e di opposizione al governo nazionale, potranno consentire alla nuova segretaria del Pd di misurare davvero la sua capacità attrattiva, da investire poi nel resto della corrente legislatura italiana, in vista della prossima.

Un assaggio di questa capacità attrattiva, nella quale potrà certo aiutarla una certa garanzia unitaria fornita dalla promozione dello sconfitto interno Stefano Bonaccini a presidente del partito, anziché vice segretario gerarchicamente subordinato, Elly Schlein ha potuto farlo nell’operazione voluta di riapertura delle iscrizioni dopo la vittoria nelle primarie del 26 febbraio. Dei diecimila che hanno risposto all’appello della segretaria, una buona parte è fatta di persone adulte, non giovani né giovanissimi, non di ritorno al Pd ma di nuovo arrivo, senza altri precedenti di militanza politica. Sembrano quindi iscrizioni dettate non da infatuazioni improvvise ma da ragionamenti.

La nuova segretaria del Pd è forse riuscita davvero a fare incursione nel mondo tanto cresciuto dell’astensionismo. E nella parte più rischiosa per una democrazia come quella degli indifferenti. Che fra tutti gli avversari reali o potenziali erano i più temuti, e insieme disprezzati, da Antonio Gramsci negli anni in cui in Italia maturava il fascismo. E il socialismo si lasciava svuotare dal mito rivoluzionario del comunismo. Di cui lo stesso Gramsci rimase in qualche modo vittima, pur se la sua figura era destinata a diventare un’icona della sinistra marxista.

La “nuova primavera”, ripeto, annunciata dalla Schlein potrà forse rivelarsi per la Meloni -come si è detto ottimisticamente sicuro ieri Carlo De Benedetti nella sua “radicalità” tradotta anche in un libro- più pericolosa di quanto abbia mostrato di ritenere la premier dicendo carinerie solidali della sua avversaria. Ma ancor più negativi credo che risulteranno i suoi effetti su ciò che è rimasto del MoVimento 5 Stelle ed è stato ereditato da Giuseppe Conte, mentre Grillo si è praticamente restituito alla sua professione di comico.

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