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Effetti della didattica a distanza su figli e famiglie

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didattica a distanza

Il post Alessandra Servidori a partire da un’analisi di Banca d’Italia

Negli ultimi due anni scolastici in Italia si è fatto ampio ricorso alla didattica a distanza (DaD).

Da una recente indagine della Banca d’Italia emerge che nelle scuole primarie e secondarie di I grado tra marzo 2020 e febbraio 2021 in media quasi la metà delle ore di DaD sono state coperte da lezioni in modalità asincrona, in cui docenti e alunni non sono presenti contemporaneamente su una piattaforma digitale (ad esempio, lezioni registrate o svolgimento individuale di compiti assegnati dal docente); nelle scuole secondarie di II grado invece la maggior parte delle lezioni a distanza si è svolta in modalità sincrona.

Il tempo dedicato dai genitori ad assistere i figli nello studio è stato significativamente maggiore nei periodi di didattica a distanza rispetto a quelli in presenza, soprattutto per i nuclei con bambini più piccoli. Tra i genitori degli alunni iscritti al primo ciclo il tempo dedicato all’aiuto dei figli è aumentato in modo simile, indipendentemente dal contesto socio-economico della famiglia; il supporto agli studenti più grandi è stato invece maggiore tra i genitori più istruiti, che presumibilmente possiedono conoscenze più adeguate per assistere i figli con lo studio.

La maggior rilevanza del contesto domestico e dell’aiuto fornito dai genitori nei periodi di DaD potrebbe avere effetti marcati e non omogenei sugli apprendimenti, ampliando i già esistenti divari tra alunni provenienti da diversi contesti socio-economici.

In primo luogo, come anche riportato dall’Istat (2020), le famiglie più svantaggiate hanno meno disponibilità di dispositivi digitali, di una connessione veloce a internet in casa e vivono con maggiore probabilità in situazioni di sovraffollamento abitativo, condizione non ottimale per seguire le lezioni a distanza. In secondo luogo i genitori meno istruiti hanno probabilmente minori competenze per seguire nello studio i propri figli.

L’aumento del tempo richiesto per la cura dei figli comporta anche notevoli difficoltà di conciliazione vita-lavoro per le famiglie, specialmente quelle con bambini piccoli. Per un campione più ristretto di intervistati l’indagine permette di valutare questi aspetti in maggiore dettaglio. Tra i nuclei con figli iscritti al primo ciclo di istruzione in cui almeno un genitore lavorava all’inizio del lockdown, circa il 22 per cento dichiara che almeno un componente ha dovuto ridurre l’orario di lavoro o smettere di lavorare per accudire i figli nei mesi di marzo e aprile dello scorso anno. La possibilità di avvalersi dello smart working potrebbe alleviare in linea di principio le difficoltà di conciliazione delle esigenze familiari e lavorative, anche se lavorare da casa e, allo stesso tempo, seguire i figli con le lezioni impone un costo aggiuntivo in termini di benessere e può avere ricadute negative sulla produttività sul lavoro.

Tra i nuclei in cui entrambi i genitori lavoravano sia all’inizio del lockdown sia al momento di ciascuna intervista, quelli in cui almeno un adulto ha potuto avvalersi dello smart working dichiarano più spesso di aver aumentato il tempo dedicato ad aiutare i figli con lo studio (circa 30 punti percentuali in più rispetto alle famiglie in cui nessuno dei genitori ha potuto avvalersi dello smart working). Tuttavia, poiché sono soprattutto i lavoratori con redditi più elevati che svolgono mansioni eseguibili a distanza, questo fattore potrebbe ulteriormente aggravare i divari esistenti.

Nel complesso, l’evidenza suggerisce che la DaD ha avuto ricadute marcate ed eterogenee tra le famiglie e gli studenti che, se non affrontate tempestivamente, potrebbero rivelarsi durature. Da un lato ha reso più rilevante per i processi educativi il contesto socio-economico delle famiglie, aumentando presumibilmente i divari negli apprendimenti e il rischio di dispersione scolastica.  Dall’altro potrebbe aver ampliato i divari di genere nella partecipazione al mercato del lavoro: sono le donne che hanno aumentato maggiormente il tempo dedicato ai carichi domestici durante la pandemia.

Le ricadute potrebbero essere più marcate nelle regioni meridionali, in cui l’attaccamento femminile al mercato del lavoro è già basso e in media le scuole del primo ciclo sono state chiuse più a lungo.

È necessario un piano di investimenti e di misure dedicati all’infanzia e all’adolescenza, finalizzato a superare l’attuale frammentazione dei servizi e delle politiche: ripensare i servizi per i minori e le loro famiglie con investimenti strutturali e di lungo periodo; costruire reti tra servizi sociali e servizi scolastici e educativi per contrastare il diffondersi della povertà educativa; sviluppare e ancora investire sull’integrazione socio-sanitaria, proprio oggi che crisi sociale e crisi sanitaria si sono mostrate così fortemente interrelate; costruire percorsi integrati e facilitati che non lascino sole le famiglie davanti alle fragilità.

Il Recovery è un’occasione che deve guardare davvero alle nuove generazioni e metterle al centro di un pensiero strategico per garantire a tutti pari opportunità di benessere e sviluppo. È necessaria una strategia di policy, una visione complessiva sul futuro, e la convinzione che per superare le disuguaglianze sia necessario prima di tutto partire dalla difesa e dalla tutela dei diritti. Cominciamo, anzi, ri-cominciamo dai LEP: non smettiamo di chiedere che vengano definiti i Livelli Essenziali delle Prestazioni per i minori, che costituiscano un riferimento a livello nazionale e siano accompagnati da precise indicazioni di attuazione, che ne assicurino l’esercizio, per superare i divari territoriali, garantire il rispetto dei diritti fondamentali e intervenire efficacemente per colmare divari e disuguaglianze nello sviluppo e nella crescita dei bambini e dei ragazzi.

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