Caro direttore,
pur senza infierire, quel tuo collega che ha la civetteria di autodefinirsi “un commercialista di Bari” ha commentato con una certa severità l’editoriale di Carlo Cottarelli dall’eloquente titolo “Se Napoleone rivuole la banca” (Corriere della sera, 14/01/2026) sul conflitto di Trump con la casta dei banchieri centrali e dei loro cugini economisti, che si sono mossi come un sol uomo in difesa di Jerome Powell. In particolare, Liturri fa notare a Cottarelli, contro l’elogio della tecnocrazia, che nella misura in cui scelgono, anche i tecnocrati fanno politica: “il bene per un salariato non è un bene per un capitalista. Il bene per un creditore non è un bene per il debitore” (un secolo fa Max Weber faceva analoghe considerazioni in materia di Borsa, considerazioni che peraltro sono del tutto scontate).
Se devo essere sincero, dell’articolo del professor Cottarelli mi ha negativamente impressionato, più ancora di questo elogio incondizionato della categoria dei “burocrati non eletti”, la concezione piuttosto riduttiva dell’agire politico definito, come in qualsiasi bar del centro o di periferia, “compera del consenso”, che poi rappresenta la giustificazione della preferenza per la sovranità tecnocratica (anche se ovviamente l’economista sta alla larga di questo compromettente vocabolo e parla di indipendenza). É anche una questione di stile: meno di dieci anni fa Cottarelli ha rischiato di dover giurare come Presidente del Consiglio.
Ma, a parte lo stile, ognuno ha il suo, sono convinto che Cottarelli sia pienamente consapevole sia della fondatezza delle critiche di Liturri, sia del fatto che la sua caricaturale descrizione dell’agire politico non meriti neppure di essere commentata. E al tempo stesso credo non lo si possa nemmeno considerare in malafede. Il problema è un altro e forse è anche più serio. Già da tempo si registra nel mondo dell’accademia un’offerta di contributi editoriali cui corrisponde una richiesta sensibilmente più contenuta. E non starò qui a congetturare se l’offerta sia motivata da legittima vanità o piuttosto dall’ambizione di incidere nel virtuale dibattito pubblico: ognuno è padrone delle proprie motivazioni.
Il fatto è che lo squilibrio tra offerta e domanda costringe gli autori a conformarsi alle regole, vere o presunte, del giornalismo, e quindi a semplificare spietatamente e senza posa e magari contribuire – sotto le mentite spoglie dell’“aggancio” all’attualità – alle campagne di opinione in cui sono impegnati i media (senza escludere che l’accademico-editorialista possa condividerle nell’intimo). In questo caso la campagna, che ha assunto ormai toni da “perfida Albione”, nei confronti del presidente degli Usa; una campagna ossessivamente ripetitiva.
Al punto che tutti i media benpensanti si sono lasciati sfuggire l’altro ieri l’argomento di critica più sapido (salvo cavalcarlo, tutti insieme appassionatamente, tra qualche giorno) offerto dallo stesso Trump ai suoi detrattori, la scelta di scendere col codazzo dei più stretti collaboratori nell’arena perigliosa del World Economic Forum a Davos, dove peraltro il principio di “tutto il potere ai tecnocrati” è l’alfa e l’omega del dogma condiviso, e l’esatto contrario della teoria e della prassi Maga.
Il risultato di queste dinamiche (quello di oggi è solo uno dei tanti esempi a disposizione) non mi sembra positivo né per gli editorialisti né per i media, perché compromette la credibilità di entrambi, e un sistema connotato da calante credibilità dell’accademia e dei media riesce a giustificare sempre meno i propri costi, e comunque sia ha sempre meno da offrire alla collettività che pure lo sostiene o lo subisce.



