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Ecco perché Bruxelles sbuffa contro il Recovery Plan della Germania

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Germania pandemia

Su fisco, produttività del lavoro, pensioni e liberalizzazione delle professioni la Commissione Ue incalza il governo della Germania sul Recovery Plan secondo la stampa tedesca

 

Pochi se lo sarebbero aspettato, ma anche la Germania è finita nel mirino dei funzionari di Bruxelles che valutano i piani per il Recovery Fund che dovrebbe rilanciare le economie europee colpite dalla crisi pandemica. Proprio il paese che più di ogni altro ha fissato un legame imprescindibile fra aiuti finanziari e progetti innovativi, riformatori, concreti e misurabili nel tempo.

E ora l’Handelsblatt rivela che, in una riunione riservata tenutasi la scorsa settimana tra esperti dell’Ue e funzionari della cancelleria tedesca e dei ministeri delle Finanze e dell’Economia, gli sherpa europei hanno puntato il dito verso il piano presentato da Berlino per ottenere i 25 miliardi di euro a fondo perduto che spetterebbero alla Germania. Motivo: manca un vero piano riformatore per i prossimi anni.

NOTE ROSSE AL PRIMO DELLA CLASSE

Nei progetti tedeschi, in verità per nulla enfatizzati dal governo (come è invece accaduto per i piani presentati da altri paesi, come Francia, Grecia, Spagna e la stessa Italia, la cui elaborazione è stata particolarmente faticosa e i cui risultati, secondo indiscrezioni, sono considerati assai deludenti), mancherebbe secondo i funzionari di Bruxelles “quello zelo riformatore richiesto agli altri membri Ue”. Sempre l’Handelsblatt aggiunge che la Commissione Ue avrebbe particolarmente sottolineato come “la Germania rappresenti una sorta di modello virtuoso per gli altri paesi” ed è dunque importante che proprio il suo piano risponda ai requisiti richiesti. E che, per inciso, proprio Berlino ha voluto inserire come criterio fondamentale di quel Recovery Fund enfatizzato come una svolta storica per una nuova politica europea, maturato nel cuore di una ritrovata collaborazione franco-tedesca e varato con il decisivo supporto della presidenza di turno tedesca.

Il fiore all’occhiello, appunto, dell’ultimo semestre di presidenza di Angela Merkel, che dopo le prossime elezioni federali lascerà ogni incarico politico, almeno nazionale. Dunque progetti concreti, si era detto, precisi negli obiettivi e nella tempistica, misurabili nel loro sviluppo, e soprattutto legati a settori innovativi, in grado di far compiere alle economie stressate dal covid il salto di qualità necessario per concorrere in un quadro globale sempre più competitivo: cambiamento climatico, digitalizzazione, istruzione e formazione.

Se anche la Germania presenta progetti carenti sul versante delle riforme, dice ora Bruxelles, sarà difficile convincere membri meno rigorosi a perfezionare i loro piani, con conseguenze negative per le economie dell’intero continente.

PENSIONI, FISCO, PROFESSIONI

Le critiche dei funzionari europei al piano tedesco sono puntuali. La prima riguarda le pensioni. “Bruxelles vede una grande necessità di intervento nella politica pensionistica”, riporta l’Handelsblatt, “dal momento che resta ancora in sospeso un ventaglio ampio di misure per migliorare il sistema pensionistico. Il secondo punto è l’abolizione di una misura fiscale, la ripartizione del reddito fra coniugi (Ehegattensplitting) che, secondo i tecnici europei, è un meccanismo che disincentiva a lavorare più ore. Su questo aspetto da Bruxelles si suggeriscono anche alternative, come un alleggerimento fiscale nei confronti dei redditi più bassi. Il terzo punto si riferisce alla liberalizzazione di alcune professioni ancora troppo regolamentate: nelle raccomandazioni di Bruxelles si citano esplicitamente il settore dell’artigianato e gli architetti”.

“Si tratta senza dubbio di questioni ingombranti”, commenta il quotidiano economico, che aggiunge: se si mettono a fianco i suggerimenti della Commissione europea e i progetti presentati dal governo tedesco per la riscossione dei fondi legati al fondo di ricostruzione Ue emerge con tutta evidenza “l’enorme differenza di pretese riformistiche tra Berlino e Bruxelles, per usare un eufemismo”.

HANDELSBLATT: SOVVENZIONI NON RIFORME

L’Handelsblatt non si limita alla cronaca, ma critica esso stesso il piano tedesco, nel quale “non v’è alcuna traccia” delle misure richieste dall’Ue: al loro posto, il governo federale contrabbanda come riforme provvedimenti tipo la riduzione delle tasse per auto elettriche per 295 milioni di euro, incentivi alla costruzione di edifici in legno a minore impatto climatico per per 70 milioni o investimenti nei laboratori comunali di ricerca per la svolta energetica per 57 milioni di euro. Alcune di queste iniziative erano già state adottate dal governo nei mesi precedenti (sui laboratori di ricerca, il ministro Altmaier aveva promesso 100 milioni di euro per lo sviluppo di progetti legati all’economia dell’idrogeno da sviluppare immediatamente sul campo a livello di produzione industriale), ecco probabilmente perché il piano tedesco non ha avuto l’enfasi di quelli di altri paesi: si tratta di progetti che il governo ritiene innovativi e che ora vorrebbe finanziare almeno in parte con i soldi del Recovery Fund. Ma per l’Handelsblatt, “sebbene alcune misure siano ragionevoli, si tratta sempre di sovvenzioni e non di riforme strutturali”.

ECONOMISTI: SULLE RIFORME LA GERMANIA NON È UN MODELLO

Il quotidiano di Düsseldorf dà poi voce ad alcuni autorevoli economisti tedeschi che si sono schierati dalla parte di Bruxelles. A cominciare dai saggi che consigliano proprio il governo tedesco sulle questioni economiche e che da tempo puntano il dito su una certa “stanchezza riformistica” degli ultimi governi. Il loro presidente, Lars Feld, non appare per nulla sorpreso dalle falle del piano tedesco per il Recovery e giudica “rivolta al passato” la politica economica degli esecutivi di Grosse Koalition: “Dal 2013 non siamo in un tempo di riforme ma di riformazione”. Le colpe sono quasi equamente divise tra i partner degli ultimi due esecutivi: l’Spd in particolare cerca in ogni modo di ristabilire lo status quo ante rispetto al periodo delle riforme del suo stesso cancelliere Schröder e buona parte della Cdu le dà manforte.

Più specifica la critica di Clemens Fuest, presidente dell’Ifo di Monaco: “Nel dibattito sui fondi per la ricostruzione economica dell’Ue è chiaro che la Germania non è un modello in tema di riforme e ha mancato l’occasione di implementare quelle richieste da Bruxelles”.

TENSIONI E COMPROMESSI

Secondo l’Handelsblatt, la tensione tra Bruxelles e Berlino è palpabile. Nella riunione della scorsa settimana, da parte tedesca si sarebbe opposta l’osservazione che le misure richieste potrebbero costare elettoralmente dei voti in un anno come il 2021, dominato da 6 elezioni regionali e un’elezione federale. “Elezioni ci sono ogni anno”, sarebbe stata la secca risposta dei funzionari europei. Ma i tedeschi rifiutano l’idea che il loro paese sia quello con necessità di riforme più stringenti e temono che la Commissione Ue voglia utilizzare un braccio di ferro con la Germania come esempio per altri Stati membri meno virtuosi. La via maestra è naturalmente quella di un compromesso. L’Handelsblatt nota come sia lo stesso governo federale ad abbassare i toni, evitando di enfatizzare il conflitto: “Ci troviamo in una normale fase di trattativa con l’Ue”, è la nota riportata.

C’è tempo fino ad aprile per limare le posizioni e nessuna delle due parti ha interesse a spingersi oltre nel confronto. “Nelle sue raccomandazioni, Bruxelles chiede alla Germania di affrontare finalmente i problemi degli investimenti pubblici”, conclude il quotidiano economico, “per anni, miliardi di fondi di investimento non sono stati prelevati dal bilancio federale a causa di colli di bottiglia amministrativi. Il ministero delle Finanze sta ora lavorando a una tabella di marcia per risolvere il ritardo degli investimenti. Si spera che questo renda la Commissione europea sufficientemente indulgente da non richiedere ulteriori riforme”.

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