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Come sarà la difesa Ue post-Brexit

Difesa

I gesti e le minacce di Donald Trump, l’elettroshock causato dalle dichiarazioni di Emmanuel Macron sulla “morte cerebrale” della Nato nel 2019, ma anche la prospettiva della Brexit hanno innegabilmente ravvivato l’ambizione di una vera Europa della difesa. L’approfondimento di Le Monde

Privata del Regno Unito, scrive Le Monde, l’Ue-27 dovrà dimostrare che con la Francia come unico attore principale, la politica di sicurezza e di difesa comune dell’Ue può essere rilanciata, o addirittura rinnovata.

Ricordi, ricordi: al vertice di Saint-Malo, nel 1998, Jacques Chirac e Tony Blair firmano un testo comune che sarà adottato un anno dopo dai quindici membri dell’Unione europea. Evoca, sul piano militare, «una capacità autonoma di azione, appoggiata su forze credibili, con i mezzi per utilizzarle e [la volontà di] farlo». Ventitré anni dopo, quando il Regno Unito ha posto fine al presunto carattere irreversibile dell’appartenenza all’Unione europea, si pongono ancora le questioni dell’autonomia e della sovranità della difesa europea. E un nuovo punto interrogativo: la partenza dei britannici indebolirà, demonetizzerà o libererà la politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC)?

Non si tratta comunque di trovare una risposta nell’accordo concluso in extremis tra Bruxelles e Londra. Su richiesta dei negoziatori britannici, l’argomento è stato escluso da discussioni già troppo difficili, troppo lunghe, troppo tese. È dunque «più tardi» che bisognerà considerare quest’altra «relazione futura», si ammette a Bruxelles.

CONTRIBUTO MINIMO PER IL REGNO UNITO

Al di là degli ovvi rimpianti di alcuni diplomatici e della soddisfazione educatamente smorzata di altri, la Brexit è, per l’Unione, prima di tutto un richiamo ad alcuni fatti evidenti nel campo della difesa. In primo luogo, il fatto che i britannici non hanno mai aderito all’idea di una PSDC forte. Tranne forse, sottolinea l’avvocato Frédéric Mauro, specialista in questioni di difesa e coautore, con Olivier Jehin, di Défendre l’Europe (Nuvis, 2019), quando si trattava di compiacere gli americani laddove desideravano che gli europei “mettessero ordine in casa propria”.

Per il resto, Londra ha abilmente ostacolato, con grande dispiacere di Parigi, tutti i progetti di sviluppo degli armamenti che avrebbero potuto essere realizzati. Il contributo britannico alle operazioni e alle missioni dell’Unione Europea è stato minimo e l’Agenzia Europea di Difesa ha vissuto a lungo con un budget ridotto a causa dell’ostruzione deliberata.

Un altro fatto ovvio è che, con l’eccezione della breve parentesi di Saint-Malo, il Regno Unito non ha mai immaginato che le sue capacità – considerevoli perché sono quelle del secondo esercito europeo – potessero un giorno essere messe a disposizione dei suoi (ex) partner. Perché non c’era la volontà politica di farlo e perché nessuna decisione avrebbe potuto essere presa senza l’approvazione degli Stati Uniti. “La composizione dell’esercito britannico è integrata con quella dell’esercito americano”, ha notato Mauro nel 2019 in uno studio dell’Istituto di relazioni internazionali e strategiche (IRIS).

La sicurezza del Regno Unito è in effetti, nel campo della tecnologia, delle capacità militari, dell’intelligence o del nucleare, chiaramente dipendente da una cooperazione ancestrale e stretta con Washington. Lo stesso vale ora su un nuovo fronte, quello della cyberguerra.

Per gli europei, quindi, non c’è spazio per false speranze o illusioni. “Prendere atto degli interessi comuni”, come raccomandato dal ministro Jean-Yves Le Drian alla conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2020, sarebbe l’opzione più realistica. E l’unica, in effetti, per un’Europa che deve accettare di aver perso circa il 20% delle sue capacità globali e una delle sue due potenze nucleari ma che, d’ora in poi, dovrà dimostrare che il “blocco” britannico non era un semplice pretesto. E che la rimozione di questo blocco incoraggerà un movimento verso una maggiore azione e cooperazione nel campo della difesa.

I gesti e le minacce di Donald Trump, l’elettroshock causato dalle dichiarazioni di Emmanuel Macron sulla “morte cerebrale” della Nato nel 2019, ma anche la prospettiva della Brexit hanno innegabilmente ravvivato l’ambizione di una vera Europa della difesa. Almeno sulla carta, perché all’interno del blocco comunitario persistono le divergenze, in particolare quando si tratta di considerare il rapporto UE-Alleanza Atlantica.

Privi di un paravento britannico che spesso nascondeva le loro divisioni e i loro diversi gradi di ambizione, l’UE-27 dovrà dimostrare che con la Francia come unico attore principale – perché è l’unico in grado di agire su tutto lo spettro militare e l’unico con un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU – la PSDC europea può essere rilanciata. O addirittura reinventarsi.

MAGGIORE COOPERAZIONE ALL’INTERNO DELLA NATO

Gli europei, guidati da francesi e tedeschi, dovranno anche mostrare la loro volontà di cooperare di più all’interno della Nato. Il ritorno dei democratici al potere a Washington difficilmente farà molto per cambiare la volontà americana di condividere meglio il “fardello” finanziario e per costringere gli europei a prendere in maggiore considerazione gli imperativi della propria difesa. Da parte loro, gli inglesi, che stanno reinvestendo massicciamente nelle strutture dell’Alleanza, non mancheranno senza dubbio di imporre la loro agenda e le loro ambizioni.

Mentre alcune capitali contano ancora su una cooperazione occasionale con Londra nel campo dei missili o di certe missioni “mirate”, la Francia dovrà affrontare una sfida molto specifica. Rimarrà legato a Londra dal trattato bilaterale di Lancaster House del 2010 sulla cooperazione in materia di difesa, in particolare nel campo nucleare. Allo stesso tempo, si troverà faccia a faccia con il suo partner “naturale”, la Germania, la cui linea è sempre molto incerta quando si tratta di potere, autonomia e uso della forza. Senza Londra a bilanciare questa strana relazione, come si evolverà?

Questa potrebbe essere la chiave dell’era post-Brexit per un’Europa che ora è probabilmente dotata di una “bussola strategica” e di un vero desiderio di autonomia. Ma è ancora molto incerto sulla sua capacità di unirsi per influenzare il corso del mondo.

 

(Estratto dalla rassegna stampa estera a cura di Epr Comunicazione)

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