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Ecco le condizioni che Bruxelles imporrà all’Italia con il Recovery Fund

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Il Recovery Fund analizzato da Federico Punzi di Atlantico Quotidiano 

 

Quest’ultimo accordo non può certo essere presentato come un avanzamento dell’idea di Europa comunitaria, tanto meno federalista. La Commissione emetterà obbligazioni, vero, e ci saranno de facto trasferimenti fiscali (da nord a sud), ma in via del tutto eccezionale, è scritto nero su bianco, per rispondere ad uno di quegli eventi che capitano una volta al secolo. Non come scelta strategica né in via sperimentale. E va tenuto presente che se alla fine un accordo è stato raggiunto, è proprio grazie ai “sacrifici” della Commissione, che ha messo sul piatto il defunding di programmi gestiti da Bruxelles per accontentare gli stati nazionali, perché portassero a casa i Paesi mediterranei aiuti diretti, i Frugal Five rebates più corposi che mai.

L’unico vero “successo”, se così si può definire, dell’accordo sul Recovery Fund, è tutto politico. Il programma infatti pone una pesante ipoteca sulla politica economica del nostro Paese per gli anni a venire (spesa, spesa, spesa) e sulla formula di governo chiamata a realizzarla. E rende ancor più evidente, inoltre, come mostrano le dichiarazioni di segno diverso, persino opposto, dei partiti di opposizione, che non esiste una cosa chiamata “centrodestra”.

Ed è questo, in fondo, l’esito cui miravano sia il nostro governo che gli altri leader, Merkel e Rutte in testa: una polizza di assicurazione politica, un programma che potesse legarci mani e piedi. Essendo politicamente impraticabile il Mes anche nella versione “sanitaria”, hanno trasformato il Recovery Fund in un “Recovery Mes”, con condizionalità e “freni d’emergenza” persino più stringenti. Per alcune condizioni avrebbe spinto lo stesso premier Conte.

Si capisce quindi che il Pd gongoli. Potranno avvicendarsi gli alleati a seconda delle circostanze e del contesto politico, ma sarà il Pd l’inevitabile perno, sostanzialmente inamovibile, della compagine di governo che agirà da garante ed esecutrice delle politiche dettate da Bruxelles, necessarie ad assicurarci l’accesso ai fondi e il loro flusso senza intoppi. E se qualcuno proporrà di deviare da quelle politiche – magari per tagliare sul serio le tasse – avranno gioco facile nell’additarlo come irresponsabile che vuole farci perdere i soldi europei… Sarà opera, come d’altra parte è stato a partire dal golpe del 2011, dell’inquilino del Quirinale, in triangolazione con le capitali europee e le pressioni dei media di sinistra – e, se tutto questo non dovesse bastare, della magistratura militante – far sì che la formula di governo si trovi, a prescindere dal responso delle urne, sfruttando la quanto mai opportuna “elasticità” della legge elettorale.

Ma qual è il meccanismo di condizionalità del Recovery Fund? Per accedere al programma l’Italia dovrà presentare un piano nazionale alla Commissione europea. La condizione preliminare per una valutazione positiva della Commissione è “l’effettivo contributo” del piano alla “transizione verde e digitale”. Ma il punteggio più alto nella valutazione “deve essere ottenuto per quanto riguarda la coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese”, quelle raccomandazioni che annualmente la Commissione detta ad ogni stato membro, ovviamente più o meno cogenti a seconda del rispetto di parametri e impegni presi. Nel caso dell’Italia, com’è noto, innanzitutto la riduzione del rapporto deficit/Pil strutturale e del debito pubblico. Tra le misure “suggerite”, imposte sugli immobili, taglio delle agevolazioni fiscali e delle aliquote Iva ridotte, quindi più tasse. Ma anche contrasto dell’evasione fiscale e della corruzione, riforme delle pensioni, del lavoro, della giustizia. Insomma, le famose “riforme strutturali”.

La valutazione del piano nazionale fatta dalla Commissione dovrà essere approvata dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata. Ed è qui che interviene il cosiddetto “freno d’emergenza” preteso dal primo ministro olandese Rutte. Anche un solo governo potrà deferire al Consiglio europeo il Paese beneficiario dei fondi, se ritiene che non rispetti le condizioni (“gravi scostamenti dai target intermedi e finali”), chiedendo al presidente del Consiglio europeo di rinviare l’esame della questione al successivo vertice. D’accordo, non un vero e proprio diritto di veto, ma il potere di ritardare e intralciare il processo di erogazione dei fondi, quindi una potente arma di condizionamento politico.

Ma nemmeno l’approvazione del piano garantirà l’erogazione di tutti i fondi. Nelle conclusioni del vertice, infatti, si precisa che i piani “saranno riesaminati e adattati, ove necessario, nel 2022 per tenere conto della ripartizione definitiva dei fondi per il 2023”. Il 30 per cento dei fondi che dovrà essere impiegato entro il 2023 potrebbe essere vincolato ad una revisione del piano: ulteriori condizioni.

E badate bene, queste “condizioni” non impediranno ai nostri governi di sperperare i soldi, né ci garantiranno buone riforme, come s’illude qualche liberale, perché lo spreco è insito nella logica stessa, dirigista, dello strumento.

In tutto questo, l’aspetto macroeconomico passa in secondo piano. Il Recovery Fund è inutile (se non dannoso) allo scopo per cui è stato inizialmente concepito, il rilancio delle economie europee pesantemente colpite dalla pandemia. Primo, tempi troppo diluiti: i primi grants dovrebbero arrivare a primavera inoltrata del 2021, il 70 per cento dei fondi dovrà essere impegnato nel 2021-2022, il restante 30 entro la fine del 2023, quindi parliamo di un orizzonte di erogazione, se va bene, di quattro anni (2021-2024), ma il programma sarà attivo fino al 2026.

Secondo, entità modesta: circa 80 miliardi, secondo le stime (ottimistiche) del governo, i sussidi a fondo perduto a cui avrebbe diritto l’Italia, ma parliamo di cifre lorde, perché dovremo versare maggiori contributi, sia in forma diretta che indiretta (nuovi tributi Ue: plastic tax, digital tax, carbon tax, tassa sulle transazioni finanziarie e via scorrendo…).

Uno dei paradossi dell’accordo sul Recovery Fund è che ad arrivare per prima, dal 1° gennaio 2021, sarà una nuova tassa, la plastic tax, non saranno né i grants né i loans. Silvia Merler, a capo della ricerca di Algebris Policy & Research Forum, calcola in 50 miliardi la maggiore contribuzione che verrebbe richiesta all’Italia, per un trasferimento netto (80 meno 50) di 30 miliardi, all’incirca l’equivalente o poco più di 7 anni dei nostri contributi netti al bilancio Ue. Pur ipotizzando 40 miliardi, al netto della maggiore contribuzione e sempre ammesso di saperli spendere, 10 l’anno non sono nemmeno un punto di Pil, a fronte di un -12 per cento stimato per quest’anno.

Terzo, la logica è troppo simile a quella deteriore del bilancio pluriennale Ue: il vincolo di destinazione dei fondi, che si potranno utilizzare per investimenti ideologicamente orientati (green e digitale), non certo per tagliare le tasse. La ricetta più efficace sarebbe stata quella di lasciare più soldi nelle tasche di cittadini e imprese, e lasciare che fossero loro a decidere dove indirizzarli. Al contrario, ci ritroviamo con una quota extra del già inefficiente bilancio Ue.

Vogliamo scommettere che l’effetto del Recovery Fund sull’economia italiana sarà impercettibile? Che ci ritroveremo con una crescita del Pil anemica, sempre che torneremo a crescere? Ve lo ricordate il piano Juncker da centinaia di miliardi? Chi l’ha visto?

(estratto di un articolo di Atlantico Quotidiano)

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