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Ecco il pensiero di Draghi (che non è Monti)

Economia

Profilo, idee e sfide di Mario Draghi. L’analisi di Gianfranco Polillo

Quale sarà il perimetro politico del prossimo Governo? All’inizio sembrava fossero in pochi a volerne farvi parte. Al punto da rappresentare una maggioranza parlamentare del tutto insufficiente. A distanza di meno 24 ore – potenza della sindrome dell’aiuto al vincitore – sembra che i posti disponibili siano divenuti all’improvviso insufficienti: tutti, o quasi tutti, ne vorrebbero entrare a far parte. Ed ecco allora che le vecchie pregiudiziali contro Mario Draghi si sono trasformate nei nuovi diktat non contro l’ex presidente della Bce, ma contro il bersaglio di una qualifica. Sarà un governo tecnico o politico? Più o meno lana caprina: specie se uno dei principali assertori della teoria del governo politico risponde al nome di Giuseppe Conte. Che tutto può essere considerato, meno che un neo “cavallo di razza” (Moro e Fanfani) della politica.

Se si guarda avanti, non si può fare a meno di ricordare una delle caratteristiche della crisi da cui tutto ebbe origine. Caratteristiche destinate a fare scuola. Lo scontro fu sui contenuti. Naturalmente non tutti vi avevano creduto. Ma questo ne era stato il segno prevalente. Poi ognuno può avere le riserve che ritiene più opportune. Le motivazioni addotte dal Presidente della Repubblica avevano, tuttavia, rafforzato questa impostazione. A monte la drammaticità della crisi, a valle la scelta di un candidato chiamato a formare un governo di alto profilo “che non debba identificarsi con nessuna forza politica”. La cui forza, pertanto, non poteva che derivare dalla capacità di disegnare un programma all’altezza della crisi che il Paese stava vivendo. Per essere poi in grado di attuarlo.

Il susseguirsi di questi precedenti, seppur nella loro sottile consistenza, non potrà che condizionare l’evoluzione dei prossimi giorni. Ed anche quella dei prossimi mesi. Man mano che il Presidente incaricato illustrerà il suo programma, sarà sempre più difficile, per i protagonisti della vicenda parlamentare, tirarsi indietro. Lo si è visto fin da subito. Con i 5 stelle che sono stati i primi a cambiare idea, dopo il niet, un po’ improvvido, di Vito Crimi e l’invettiva di Alessandro Di Battista contro “l’apostolo delle élites”. Prima Luigi Di Maio, quindi Giuseppe Conte hanno corretto il tiro, lasciando in brache di tela i teorici della critica all’AAP – “ammucchiata di alto profilo” – secondo il sobrio linguaggio dei giornalisti de Il Fatto quotidiano.

La novità, quindi, sta nel fatto che intorno a Mario Draghi sta prendendo forma una rete di sicurezza destinata a ripararlo dai più zelanti guastatori. Ne faranno parte in modo esplicito alcune forze politiche. Ma altre sono di complemento. Non si espongono, più del necessario, ma sono pronte a supportarlo negli eventuali momenti di difficoltà. Non solo per il rispetto che si deve al personaggio. Ma per evitare il rischio di un possibile suicidio, qualora la situazione andasse fuori controllo.

Che in seguito potranno sorgere difficoltà, non è certo, ma probabile. Si può dire, tuttavia, che difficilmente saranno tali da determinare la caduta del Governo, una volta che questo si sia costituito. La forza di Mario Draghi è quella che deriva dalla profonda conoscenza dei meccanismi della crisi. Conoscenza che illuminerà il suo programma di governo. Da questo punto di vista, le differenze sia rispetto a Mario Monti che a Carlo Azeglio Ciampi sono profonde. Rispetto al primo, non è portatore di quel timore reverenziale, che il bocconiano aveva nei confronti della Ue. Rispetto al secondo è, invece, portatore di una determinazione, che nasce dall’etica della convinzione. Non sarà quindi facile imporgli soluzioni, se esse non risponderanno al severo scrutinio della razionalità.

Chi ne volesse avere la dimostrazione, non deve far altro che procurarsi l’articolo del Financial Times, in cui il Presidente del consiglio incaricato illustrava lo schema dell’intervento necessario per combattere la crisi non solo epidemiologica, legata al COVID–19. Era il 25 marzo del 2020, e l’emergenza era appena scoppiata, ma nessuno era in grado di farvi fronte. In quel lungo scritto, Draghi avvertiva il pericolo del manifestarsi di una “profonda recessione” considerata “inevitabile”, contro la quale era necessario combattere per evitare che la stessa si trasformasse in una permanente deflazione.

Per vincere quella guerra – similitudine che apparirà più volte – non bisognava risparmiarsi. Anche a costo di avere un “significativo aumento del debito pubblico”, in grado di assorbire anche quello privato. Compito dello Stato era, infatti, quello di “utilizzare i propri bilanci per proteggere i cittadini e l’economia da shock di cui il settore privato non è responsabile e non é in grado di assorbire”. Al tempo stesso era indispensabile proteggere i posti di lavoro, piuttosto che garantire un reddito, o meglio un “ristoro”, a chi lo aveva perduto. Ed allora, bene la cassa integrazione, il rinvio nel pagamento delle imposte, ma soprattutto il garantire alle imprese la necessaria liquidità.

Compito specifico delle banche doveva essere quello di concedere alle imprese i prestiti necessari, anche a costo zero, in modo da non disperdere quel patrimonio di conoscenze e di esperienze lavorative, che il tempo aveva accumulato. In questa missione lo Stato doveva fare la sua parte, fornendo le necessarie garanzie, onde evitare che le eventuali successive insolvenze producessero un effetto valanga, destinato a riflettersi sull’intero sistema bancario, dilatando la portata del disastro. Il tutto alla luce di una filosofia di fondo che lui stesso esplicitava.

“I livelli del debito – faceva osservare – sono aumentati, ma l’alternativa – una distruzione definitiva della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe di gran lunga peggiore per l’economia”. Per poi concludere: “Davanti a circostanze mai viste prima, un cambio di mentalità è necessario tanto in questa crisi quanto lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di chi ne soffre. Il costo dell’esitazione potrebbe essere irreversibile”.

Come si può osservare non si è di fronte all’astrattezza di qualche “predica inutile”. Il ragionamento è, al tempo stesso, circolare (finanza ed economia reale) e a tutto tondo. Ed è la forza di un simile metodo, che rende tranquilli. La navigazione potrà anche essere procellosa. Ma l’imbarcazione è resa solida dalle attese della stragrande maggioranza dei cittadini, e dalla presenza di un timoniere esperto.

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