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Ecco i veri motivi degli scossoni nella maggioranza di governo

Calenda

Ragioni politiche e soprattutto economiche (anche se poco esplicitate) sono alla base delle tensioni nella maggioranza che sostiene il governo Draghi. L’analisi di Gianfranco Polillo

Le fibrillazioni politiche di questi giorni hanno un loro perché. Decisamente più di uno, se solo si considera lo stato complessivo del Paese. A monte di tutto, un risultato elettorale che ha capovolto i reali rapporti di forza tra i diversi protagonisti. Prima di quell’evento c’erano solo i sondaggi a testimoniare che qualcosa si muoveva nel profondo della società italiana. Ai quali si poteva, tuttavia, rispondere mettendone in dubbio la capacità rappresentativa. Ma dopo il verdetto elettorale è stato impossibile continuare a far finta di nulla.

È vero che in molti casi si è tentato di indorare la pillola, giocando con i numeri e la loro contraddittorietà, in relazione allo schema di gioco considerato. Somma dei voti individuali vs. il cambiamento intervenuto nella gestione dei principali Comuni. Ma l’esperienza acquisita nella valutazione dei risultati elettorali insegna che, alla fine, il dato quantitativo puro e semplice non può prevalere sugli assetti politici e di potere che le stesse elezioni sono chiamate a definire. Si può pertanto insistere quanto si vuole sul fatto che i voti al centro destra sono stati maggiori di quelli dati al centro sinistra. Ma questa evidente constatazione non sposta di una virgola il risultato complessivo.

E quest’ultimo mostra chiaramente l’affermazione delle due forze storiche dello schieramento politico italiano: Fratelli d’Italia da un lato, il Pd dall’altro. I post- fascisti, non bisogna aver paura delle parole, su un fronte i post-comunisti dall’altro. Si dirà che questa distinzione è fin troppo manichea. Ma, almeno, ha il pregio della chiarezza. Dimostra, tra l’altro, la sconfitta bruciante di tutte quelle forze (leggi Forza Italia, Lega e 5 stelle) che, dalla fine degli anni ‘90, avevano cercato, in qualche modo, di dare all’Italia una diversa prospettiva. E che tra breve, con le prossime elezioni politiche, saranno chiamate ad una sorta di giudizio universale.

In condizioni normali, la loro scelta sarebbe stata diversa. Probabilmente non avrebbero accettato di far parte di un governo di unità nazionale, destinato, inevitabilmente, a trasformarsi in una sorta di camicia di forza. L’esperienza di Mario Monti, all’indomani del 2011, era ancora là. Ricordava loro quanto fosse stato difficile coniugare le esigenze di risanamento del Paese, vittima di una feroce crisi internazionale, con la salvaguardia dei propri profili politici e programmatici.

Ebbene, con il senno del poi, è facile vedere come quella lontana crisi, aveva ben poco a che spartire con le drammatiche condizioni del momento. Allora era una semplice crisi finanziaria, indotta dal fallimento della Lehman Brothers prima, e dal collasso del debiti sovrani, poi. Oggi si combatte ancora metaforicamente con la pandemia da Covid, le cui conseguenze sono persistenti, non solo sul piano sanitario, ma finanziario (leggi inflazione); e realmente con il conflitto scatenato in Ucraina da Putin. Il quale non era stato capace di gestire le conseguenze di quella crisi più lontana sull’economia del proprio Paese.

Da qui la necessità per le forze politiche italiane di assumere la postura tradizionale dei “separati in casa”. Si sta insieme non per amore, ma per dovere. Ci si affida a Mario Draghi, che sta facendo il massimo possibile (del tutto ingenerose le critiche de Il Fatto quotidiano), ma poi si cercano le normali scappatelle, per soddisfare il proprio ego. E dimostrare ai propri seguaci di essere ancora portatori di antiche bandiere identitarie. Siano queste il taglio delle tasse o i balneari, per la Lega; la finta “pace universale” per Giuseppe Conte o i nuovi diritti (ius scholae o cannabis) per il Pd.

Ma perché anche il Pd, che pure ha fatto registrare un successo nella passata tornata amministrativa? In questo caso sembrano prevalere due motivazioni. Per i Dem essere secondi a Fratelli d’Italia, con una differenza di parecchi punti, è una condizione insopportabile. Destinata, in qualche modo, ad incidere su uno dei tratti distintivi di questa forza politica. Quel suo antifascismo militante che, per decenni, è stato un collante formidabile, al punto da bollare come irricevibili quelle analisi (per tutti Renzo De Felice) che pure cercavano di storicizzare il fenomeno Mussolini. Il secondo motivo è tagliare l’erba sotto i piedi alla componente grillina dei 5stelle. Approfittare di quella crisi, per incrementare il proprio carniere, approfittando dei possibili voti in libera uscita.

L’insieme di questi motivi spiega quindi il malessere politico italiano. Malessere destinato, purtroppo, ad aumentare. A Via XX Settembre si è già cominciato a ragionare sulla prossima legge di bilancio. E dai primi dati emerge con chiarezza quanto limitati siano gli spazi di manovra. Sul fronte esterno una congiuntura internazionale che alimenta, per le strozzature nell’offerta (soprattutto energia e materie prime) un’inflazione persistente, che le Banche centrali (Fed e Bce) tentano di frenare con gli strumenti tradizionali. Risorse a disposizione, per venire incontro alle richieste (“caricare molto l’attenzione sul sociale” chiede fin da ora Enrico Letta), non ce ne sono. Il mancato rifinanziamento del 110 è indicativo. Quindi i margini, non solo economici-finanziari, ma politici sono destinati a restringersi ulteriormente. Una vera e propria morsa che, alla fine, inciderà profondamente, come avvenuto nel 2013, sul futuro quadro politico. In quale direzione? Sarà tutto da vedere.

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