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Ecco i 4 scenari sulla Brexit dopo il no di Westminster

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L’analisi di Antonio Villafranca e Matteo Villa dell’Ispi (Istituto superiore di politica internazionale) su Brexit e dintorni

Dopo il “no” di Westminster, quattro sono i possibili scenari per Brexit.

Piano B (accordo con modifiche):

Sulla base di un emendamento approvato dal Parlamento britannico nei giorni scorsi, May deve presentare un piano B a Westminster entro lunedì 21 gennaio. Peraltro il Parlamento inglese potrà poi emendare il piano B stesso, e quindi controllare/vincolare i prossimi passi di May. La prima ipotesi di “piano B” è che May riproponga l’accordo di novembre, ma con lievi modifiche.

Si tratterebbe sostanzialmente di un tentativo per salvare l’accordo esistente, che si compone di due documenti: il Withdrawal Agreement (l’accordo di recesso, documento vincolante che trova soluzioni su tutto il pregresso nei rapporti tra Ue e UK, per esempio nel “conto” da saldare da parte di Londra dopo la sua uscita) e la Dichiarazione Politica (documento non vincolante sul futuro rapporto tra Ue e UK). May potrebbe chiedere alla Ue ulteriori rassicurazioni (oltre a quelle ricevute ieri in una lettera spedita dai Presidenti Juncker e Tusk) soprattutto sulla Dichiarazione Politica.

In particolare queste rassicurazioni riguarderebbero il “backstop” che vincolerebbe il Regno Unito a restare all’interno di una unione doganale (e dunque limiterebbe fortemente la capacità di Londra di negoziare autonomi accordi commerciali extra-Ue).

La May chiede che il backstop non sia a tempo indeterminato, come prevede invece l’accordo di novembre, ma abbia invece una data di scadenza e/o preveda la possibilità per Londra di recedere unilateralmente.

Piano B (soft Brexit):

May potrebbe decidere di presentare un piano diverso rispetto all’accordo con l’Ue, più vicino alle richieste dei laburisti e dei nazionalisti scozzesi (ma molto più lontano dalle richieste degli hardliners del suo partito), che prevederebbe la permanenza del Regno Unito nel Mercato Unico (questo risolverebbe la questione nordirlandese ma obbligherebbe Londra anche a garantire la libera circolazione delle persone e non le permetterebbe di negoziare trattati commerciali con paesi extra-Ue).

In questo caso sarebbe però probabilmente necessaria una proroga di Brexit per dare tempo alle parti di rinegoziare. Questo opzione ‘soft’ potrebbe anche non prevedere la piena permanenza nel Mercato Unico, ma una forma di accordo “Canada plus plus’, ovvero una riedizione del recente accordo Ue con il Canada. Si tratterebbe in questo caso di un accordo di libero scambio molto ampio, che comprenderebbe anche parte dei servizi, ma non la libera circolazione delle persone (e concederebbe margine a Londra per negoziare trattati commerciali extra-Ue). Non è chiaro però se la questione del confine ‘fisico’ tra Irlanda e Irlanda del Nord sarebbe risolta.

Hard Brexit:

E’ lo scenario del “no deal” in cui il Regno Unito uscirebbe dall’Ue senza un accordo che stabilisca cosa succede dopo. Non ci sarebbe un periodo di transizione, né un “backstop”. Dal 29 marzo Londra sarebbe anche fuori dal Mercato Unico, tornerebbero i dazi commerciali e controlli alla frontiera su molte merci, incluse quelle ad alta deperibilità, sia con i 27 paesi Ue che con tutti i paesi extra-Ue con cui l’Ue ha siglato accordi commerciali.

In questo scenario, un altro emendamento recentemente approvato da Westminster stabilisce che il governo May non potrà avere ‘poteri straordinari’ di modifica del bilancio britannico in caso di uscita senza accordo, a meno che quest’ultima non sia stata approvata da Westminster. Una mossa da parte dell’ala più moderata dei Tories e dei laburisti per rendere più difficile l’opzione Hard Brexit.

Ritiro (o proroga dall’Ue):

Il governo britannico potrebbe ritirare la notifica di Brexit in maniera unilaterale prima dell’uscita prevista per il 29 marzo, annullando l’intero processo di uscita. La Corte di giustizia europea ha stabilito che il governo britannico può farlo anche, appunto, in maniera unilaterale.

Nella pratica, tuttavia, imboccare questa strada equivarrebbe a sconfessare il risultato del referendum del 2016. Se a ritirarsi non fosse direttamente Londra, l’Ue potrebbe concedere all’unanimità una proroga a Londra; attualmente si parla della possibilità di spostare la data ufficiale di Brexit a luglio, anche se in questo modo rimarrebbe l’incognita delle elezioni Ue di maggio.

A meno di soluzioni giudicate “innovative”, ci si potrebbe trovare nella situazione paradossale in cui i britannici votino per eleggere propri rappresentanti al Parlamento europeo che però di fatto non ne faranno mai parte.

(breve estratto di un report Ispi che si può leggere qui nella versione integrale)

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