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Ecco gli opposti estremismi che affronterà Biden

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C’è anche un estremismo di sinistra, oltre a quello dell’ultra destra trumpiana, che insidierà il corso dell’amministrazione Biden. Il commento di Giuliano Cazzola 

“Scene che ci fanno riflettere su estrema fragilità democrazia Usa. Ma, attenzione, è un segnale per tutte le democrazie. A quale risentimento arriva un popolo colpito da enormi disuguaglianze, che non crede più che esista un’alternativa. E lo spazio che ciò apre all’autoritarismo”.

E’ il testo di un tweet di Fabrizio Barca a proposito dell’assalto a Capitol Hill. Il tweet ha sollecitato diversi commenti talvolta eccessivamente critici come se l’ex ministro avesse voluto giustificare o, quanto meno, concedere delle attenuanti ai facinorosi con le corna. Così Barca si è sentito in dovere di precisare che era sua intenzione capire meglio le ragioni per cui quasi metà del paese si identifica in un “essere imbarazzante” e un “mascalzone” come Trump. L’ex ministro insiste che la causa del problema vada cercata nelle disuguaglianze (non solo “di reddito” e “di ricchezza” ma anche “di riconoscimento”). In sostanza, per Barca, come in altre circostanze, l’interpretazione dei fenomeni politici e sociali è affidata ad un passepartout universale che misura le diseguaglianze. Ma è davvero e solo questo il problema? Paradossalmente a Barca aveva già risposto Madaleine Albright – già segretario di Stato di Bill Clinton – nel suo saggio “Fascismo. Un avvertimento” (Chiarelettere 2016): ‘’il fascismo si nutre di malcontento sociale ed economico, per esempio della convinzione che le persone che stanno al potere ricevano molto di più di quello che meritano, mentre loro non ottengono ciò che gli spetta. L’impressione – proseguiva l’ex segretario di Stato – è che oggi tutti abbiano un motivo di malcontento. Anziché pensare in modo critico si cercano complici che condividano le nostre opinioni e ci incoraggino a ridicolizzare le idee e le convinzioni in contrasto con le nostre’’.

In sostanza, mi pare di capire che l’Albright ci inviti a non confondere le diseguaglianze con l’invidia sociale. Le diseguaglianze sono la conseguenza di ordinamenti – politici, sociali ed economici – iniqui, discriminanti in base ai privilegi, all’appartenenza ad un particolare status o gruppo; l’invidia sociale è ‘’la sensazione, da parte di colui che invidia, che quello che l’altro possiede sia immeritato. Di qui la necessità, per l’invidioso, non soltanto di soddisfare la propria brama, ma di provocare la sofferenza, o la privazione, nell’altro’’. Ma l’invidia sociale non è necessariamente prodotta dalle diseguaglianze, ma anche dalle differenze che sono una caratteristica degli esseri umani. Un suprematista bianco considera ingiusto, in natura, che un afroamericano occupi una posizione economica e sociale migliore della sua (è questa la diseguaglianza di ‘’riconoscimento’’ secondo Barca?) perché si considera comunque di una ‘’razza’’ <creata> superiore. Del resto, i seguaci di Trump non possono certo sentirsi privati – dopo la sconfitta di ‘’Belli capelli’’ – di un leader che ha combattuto le diseguaglianze e che ha tutelato i ceti popolari e promosso politiche inclusive. Tutto ciò premesso, non è il caso di insistere ad inseguire l’ex ministro nelle sue analisi.

Chi scrive giudica l’assalto al Congresso un fatto di estrema gravità, per la democrazia americana innanzi tutto: un presidente in carica fomenta una rivolta, la polizia si fa cogliere impreparata, l’amministrazione per ore rifiuta l’intervento della Guardia Nazionale, tanto che deve essere il vice presidente Pence ad ordinarla. A vedere la scene del 6 gennaio scorso in diretta tv pare di leggere le pagine di Nazario Sauro Onofri che descrivono l’assalto fascista a Palazzo d’Accursio (dove ha sede il Comune di Bologna) il 21 novembre del 1920 (pochi mesi dopo l’occupazione delle fabbriche). Nello sfregio di Capitol Hill – il segnale è arrivato minaccioso anche nel cuore dell’Europa – sta il salto di qualità della lotta politica: la pretesa di conquistare il potere e di conservarlo anche con la forza. Vorrei sbagliarmi ma il trumpismo è un movimento politico destinato a restare nel futuro prossimo della politica americana (e non solo), a prescindere dai suoi rapporti con il GOP (il partito repubblicano) che, nei suoi vertici, si è dissociato dal presidente in carica, ma che è chiamato a fare i conti con un poderosa ‘’quinta colonna’’ al suo interno. Gran parte dei 72 milioni di voti raccolti dal partito sono stati conquistati da Trump. L’elettorato americano non ha mai premiato le posizioni estreme, sia dei democratici che dei repubblicani. Negli anni ’60 la candidatura di Barry Goldwater si rivelò un fiasco totale. Il Donald purtroppo non sparirà nell’oblio come questo suo lontano predecessore anch’esso estremista.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e tante cose sono cambiate. Se fossi (si parva licet) in Joe Biden non mi preoccuperei soltanto del nuovo tipo di opposizione che può mettere in campo Donald Trump. L’anziano presidente è riuscito a prevalere su due fronti: quello che lo ha contrapposto al suo rivale e quello interno all’area liberal, dove stanno emergendo tendenze inaccettabili. Non si tratta solo del socialismo di Sanders (un nobile ideale che sta scomparendo ovunque non può sbocciare negli Usa); bensì di una lunga serie di ‘’mostri’’ generati, anch’essi, dal sonno della ragione: il culture cancell, il Black lives matter, il razzismo dell’antirazzismo, il peccato originale del cittadino wasp, la richiesta di abolire la polizia, il Metoo, il gender, il ripudio della propria storia, la discriminazione, alla stregua e con gli effetti di un nuovo maccartismo, delle opinioni ritenute non ‘’politicamente corrette’’. Per governare Biden deve preoccuparsi di ambedue i nuovi deliri collettivi.

(Estratto di un articolo tratto da Huffington Post, qui la versione integrale)

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