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Ecco come ricalcolare le spese della Nato

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Trump non ha torto a sottolineare gli squilibri Nato a scapito del suo Paese. Con una nuova distribuzione delle spese però andrebbe anche riequilibrata la governance, ora targata Usa. La Nato non possiede una cassa comune: le spese amministrative sono limitate. Le spese di cui parla Trump sono altre, in particolare gli investimenti in armamenti. Ma è giusto che, nel computo totale del contributo economico, vada calcolato l’effettivo contributo alle missioni, così come chiede l’Italia. Al tempo stesso, è senz’altro condivisibile un’altra richiesta di Roma: inserire nelle spese per la difesa gli investimenti nella cybersecurity. L’editoriale di Pietro Romano su Aeronautica&Difesa di aprile 2019

 

Festeggiamenti ufficiali per il 70esimo anniversario della Nato. Il 3 e il 4 aprile a Washington si riuniscono i ministri degli Esteri dei 29 Paesi membri. Un’apertura in tono minore rispetto alla cerimonia organizzata dall’allora presidente Usa, Bill Clinton, per il mezzo secolo di vita dell’Alleanza atlantica, che riunì invece i capi di Stato. E in pompa magna.

In realtà, ogni paragone è improponibile. La Nato reduce dai successi ai tempi della Guerra fredda, ancora viva nell’immaginario medio qualche lustro fa, è morta. Al culmine di una malattia scoppiata appunto una ventina di anni orsono. Quando l’Ulivo mondiale, scaturito dall’idea di Romano Prodi, allora al potere in buona parte dei Paesi occidentali, decise di dare alla Nato una nuova missione: una bizzarra interpretazione della diffusione della democrazia, ben prima del repubblicano George W. Bush. Una interpretazione che si fece strada tra bombe scagliate su inermi cittadini serbi e il via libera ad autentiche bande di criminali, come nel Kosovo, di cui ancora si pagano le conseguenze. In cambio della partecipazione a siffatte operazioni, i post-comunisti italiani guadagnarono la legittimazione degli alleati a governare il nostro Paese.

Gli eredi di quella classe dirigente ora accusano l’attuale presidente Usa, Donald Trump, di lavorare per la disgregazione della Nato, non tanto con le opere (per ora) quanto con le parole. Dimenticando che la Storia della Nato è fatta anche di divisioni, la più eclatante delle quali fu ai tempi della crisi di Suez: l’atteggiamento degli Usa pose una pietra tombale sul colonialismo europeo senza riuscire a sostituirlo con quello a stelle&strisce.

Col tempo, dissolta l’Unione sovietica, i problemi si sono acuiti. E una missione di quella portata non è stata trovata. Tanto che due studiosi acuti come Philip H. Gordon e Jeremy Shapiro hanno scritto sull’ultimo numero di Foreign Affairs che, sia pure i democratici vincessero le presidenziali americane nel 2020, ma è poco probabile, la situazione non potrebbe tornare indietro: le vecchie relazioni tra gli alleati sono estinte. Ma potrebbero emergerne di nuove? E di quale genere?

Il primo problema della Nato è la bulimia insorta con il passare degli anni dal dissolvimento del Patto di Varsavia. In poco tempo i Paesi membri sono saliti da 12 a 29. Alcuni sono staterelli. Intanto, Stati omogenei ai Paesi fondatori, come la Svezia e la Svizzera, hanno accantonato i loro progetti di adesione. Vuol dire qualcosa. Probabilmente, com’è stato proposto, è venuto il momento di costituire due fasce di aderenti. Anche perché gli staterelli ormai determinano le scelte dell’Alleanza. A esempio, nell’esacerbare la politica dell’”unica minaccia”, la Russia. Sottovalutando i ben più gravi rischi provenienti dal fronte sud.

E’ venuto il momento, inoltre, di ricalcolare anche le spese. Trump non ha torto a sottolineare gli squilibri a scapito del suo Paese. Con una nuova distribuzione delle spese però andrebbe anche riequilibrata la governance, ora targata Usa. La Nato non possiede una cassa comune: le spese amministrative sono limitate. Le spese di cui parla Trump sono altre, in particolare gli investimenti in armamenti. Ma è giusto che, nel computo totale del contributo economico, vada calcolato l’effettivo contributo alle missioni, così come chiede l’Italia. Al tempo stesso, è senz’altro condivisibile un’altra richiesta di Roma: inserire nelle spese per la difesa gli investimenti nella cybersecurity. Identificata dallo stesso Trump come una primaria sfida globale.

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