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Ecco come Iran e Turchia gongolano per il ritiro americano dalla Siria

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Il Punto di Marco Orioles sugli effetti della decisione di Trump in Siria

 

Proseguono, a cascata, le conseguenze del tweet con cui mercoledì Donald Trump ha annunciato il ritiro dei soldati Usa dalla Siria. Dopo le clamorose dimissioni del Segretario alla Difesa Jim Mattis, ieri sono giunte quelle di Brett McGurk, inviato del presidente per la Coalizione Globale contro l’Isis.

In una mail spedita al suo staff per spiegare le ragioni della sua decisione, McGurk, diplomatico di lungo corso che da tre anni a questa parte aveva il compito di mantenere coese le 79 nazioni della coalizione, parla di “shock” provocato in lui dalla repentina mossa di The Donald. Si è trattato, argomenta McGurk, di un “completa inversione della politica che era stata articolata” negli anni passati, sotto Barack Obama e soprattutto sotto Trump. Un capovolgimento che “ha lasciato confusi i nostri partner di coalizione e sconcertati i nostri partner combattenti”.

McGurk, in realtà, aveva già stabilito di rimettere il suo mandato a febbraio. Ma l’annuncio presidenziale di mercoledì ha accelerato la sua scelta di uscire di scena. Impossibile, d’altra parte, salvare la faccia davanti a mezzo mondo unito nella coalizione da lui supervisionata di fronte ad un voltafaccia che ha il forte sapore di una sconfessione degli sforzi fatti in quattro anni per debellare la minaccia delle bandiere nere. Appena dieci giorni fa, del resto, McGurk aveva fatto capire che un’eventuale ritiro delle truppe dalla Siria sarebbe stato “avventato” visto che, contrariamente alle convinzioni del capo della Casa Bianca, lo Stato Islamico non è ancora tecnicamente sconfitto, perché resiste nell’1% del territorio che il gruppo controllava ai tempi del califfato e soprattutto perché gli jihadisti, nella loro parabola cominciata in Iraq nel 2003, hanno già dimostrato di saper resuscitare dalle loro ceneri anche dinanzi a forze soverchianti.

Ieri, frattanto, sono arrivate le prime dichiarazioni ufficiali dell’Iran dopo il tweet di Trump. Il portavoce del ministero degli Esteri, Bahram Ghasemi, ha detto che la presenza dei soldati Usa nel bel mezzo della guerra civile siriana ha danneggiato la pace e la sicurezza. “Fondamentalmente, il dislocamento (…) delle forze Usa nella regione era sbagliato, illogico e fomentatore di tensioni”, ha affermato Ghasemi all’agenzia di stampa Irna. Parole che celano tutta la soddisfazione di Teheran per una decisione, quella del presidente americano, che va a tutto vantaggio dell’agenda iraniana nel Levante.

Gongola, frattanto, anche il Sultano di Ankara, Recep Tayyip Erdogan. Anche lui saluta la mossa a sorpresa di Trump, interpretandola come un favore fatto alla Turchia in nome di un’alleanza che vanta oltre sessant’anni di storia. Non è un mistero, infatti, che le relazioni turco-americane si erano deteriorate negli ultimi due anni a causa del sostegno degli Usa alle milizie curdo-siriane dell’YPG, cugine di quei militanti curdo-turchi del PKK con cui Ankara è ai ferri corti. Nell’abbandonare il terreno, scaricando l’YPG, l’America sembra dare finalmente ragione alla Turchia che per tutto questo tempo aveva denunciato i rapporti nutriti con un’organizzazione dedita secondo Erdogan al terrorismo e che minaccia stabilità e integrità territoriale della Turchia.

A chi, negli Stati Uniti, è preoccupato per le sorti della lotta all’Isis, potenzialmente compromessa dal venir meno del sostegno americano all’YPG, Erdogan offre un peloso conforto. Parlando venerdì a Istanbul, il presidente turco ha dichiarato che ci penseranno le sue truppe a continuare il lavoro. “Lavoreremo sui nostri piano operativi per eliminare gli elementi dell’Isis che si dice rimangano intatti in Siria”, ha detto Erdogan, “in linea con quanto detto nella conversazione con il presidente Trump”. Il riferimento è alla telefonata intercorsa qualche giorno fa tra i due capi di Stato in cui il capo della Casa Bianca avrebbe anticipato al collega la decisione di ritirare le truppe e, si sospetta, delegato alla Turchia il compito di presidiare la regione per conto dell’America.

Soddisfatto per le scelte dell’alleato Nato, Erdogan ha anche deciso di posticipare l’annunciata offensiva in Siria contro le milizie YPG. “La nostra telefonata con il presidente Trump, insieme ai contatti tra i nostri diplomatici e ufficiali della sicurezza e alle dichiarazioni degli Stati Uniti, ci hanno condotto ad aspettare un po’ (…) Abbiamo posposto la nostra operazione militare ad est del fiume Eufrate fino quando non vedremo sul terreno i risultati della decisione dell’America di ritirarsi dalla Siria”. La pazienza di Erdogan, tuttavia, non è “illimitata”: l’attacco all’YPG, fa capire il presidente, è semplicemente rinviato a quando gli Usa avranno effettivamente abbandonato il terreno. Era stata d’altra parte proprio la presenza dei soldati americani al fianco dei combattenti YPG a spingere Erdogan a mordere il freno: la prospettiva concreta di un coinvolgimento diretto o indiretto delle truppe Usa negli scontri tra forze turche e curde ha rappresentato un efficace deterrente alle mire turche. Deterrente che a breve non ci sarà più.

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