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Ecco come cambieranno le missioni militari dell’Italia all’estero

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L’Italia è uno dei principali fornitori di sicurezza del pianeta e le Forze Armate sono da 20 anni il più importante asset della sua politica estera. L’approfondimento del direttore della rivista Rid, Pietro Batacchi, pubblicato su Affari Internazionali

In attesa che il Governo presenti il Decreto sul rifinanziamento delle missioni all’estero, è possibile fare alcune considerazioni sulla presenza militare italiana nei teatri anche sulla base anche di quanto dichiarato al Parlamento dal Ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Per prima cosa, una premessa. L’Italia è uno dei principali fornitori di sicurezza del pianeta, lo dicono i numeri, e le Forze Armate sono da 20 anni ormai il più importante asset della sua politica estera. Chi sostiene che non riusciamo a capitalizzare quanto i nostri militari fanno in Afghanistan, Iraq, ecc., sbaglia.

Solo per fare alcuni esempi. La nostra presenza militare in Iraq dopo il 2003 ha contributo ad aprirci il mercato della difesa americano, l’impegno in Unifil ci ha permesso di essere un punto di riferimento per tutti gli attori nel delicato teatro libanese, ma anche di rafforzare le relazioni politico-militari con Israele portandole ad un livello mai raggiunto in passato, mentre essere in Afghanistan significa mantenere un certo tipo di rapporti tanto con il Pakistan quanto con l’Iran. D’accordo, a causa di una classe politica culturalmente introflessa e scarsamente preparata sulle questioni internazionali, si potrebbe fare di più, ma i risultati di 30 anni di missioni all’estero non sono poi così male.

L’ITALIA ALLE PRESE CON LA CRISI LIBICA

Detto questo cosa accadrà quest’anno alla luce dei tanti e repentini cambiamenti di scenario? Molto dipenderà dalla Libia e dal fatto se le parti in causa – leggi, soprattutto Haftar – si metteranno d’accordo riuscendo a delimitare delle linee di cessate il fuoco sostenibili e accettando pure la presenza di una missione internazionale sotto mandato Onu. In questo caso, è lecito attendersi una missione molto robusta in grado di monitorare e garantire il rispetto degli accordi.

L’auspicio è che l’Italia ne assuma la leadership e che il dispositivo sul terreno sia veramente ‘deterrente’; altro che missione e operatori civili, occorrono soldati e un dispositivo terrestre integrato con una componente aerea ed elicotteristica di Qrf (Quick Reaction Force), e supportato anche dal mare da una task force navale.

Tra i compiti della missioni dovrebbe esserci anche quello di garantire il cosiddetto ‘security sector reform‘ e la smobilitazione delle milizie. Un’impresa, a meno di non prevedere, appunto, un massiccio impegno sul terreno dell’Ue, o chi per essa, con importanti annessi e connessi finanziari. In sostanza, sulla Libia l’Italia deve cambiare passo se si vuole evitare che la sua sfera d’influenza venga ulteriormente ridotta a causa di un attivismo russo-turco che con la politica del ‘fatto compiuto’ ha guadagnato posizioni in precedenza non possedute.

L’attuale missione italiana in Libia, Miasit (Missione bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia), verrebbe dunque ‘superata’ e dovrebbe essere rimodulata di conseguenza. Nel frattempo, verrà riattivata la dimensione navale dell’Operazione Sophia, con una rinnovata enfasi sull’embargo di armi verso la Libia. Ma per la stabilizzazione di quest’ultima è anche necessario operare in profondità nel Sahel, da qui la necessità di rafforzare il contingente in Niger utilizzandolo pure come leva per consolidare il nostro rapporto con il cosiddetto G5 Sahel.

LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE

Spostandoci nel Golfo, è possibile che possa essere rivista la presenza nell’ambito dell’Operazione anti-Daesh Inherent Resolve in Iraq e Kuwait, mentre, come suggerito dal Ministro Guerini, la “Nato potrebbe progressivamente sostituirsi alla coalizione”. Non ci aspettiamo, però, significative riduzioni rispetto ai numeri attuali. E’ ancora troppo presto per lasciare l’Iraq; i progressi fatti in questi anni sono reversibili e il Paese è afflitto da una grave crisi interna che richiede all’Occidente di continuare il suo impegno.

L’Iraq è del resto da sempre la cerniera del Medio Oriente – posto com’è a crocevia del Levante e del Golfo – e lasciarlo alle sue contraddizioni interne, esacerbate dagli appetiti esterni, sarebbe sbagliato. In questo quadro va letta anche la probabile partecipazione italiana alla missione navale europea, a guida francese e denominata Emasoh (European-led maritime surveillance mission in the Strait of Hormuz), che a breve si affiancherà a quella americana per garantire la sicurezza del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz, nonché la partecipazione alla missione Unifil in Libano, che resta strategica per l’Italia.

Per quanto riguarda gli altri scacchieri, ci aspettiamo una riduzione dell’impegno in Afghanistan, alla luce pure della ripresa dei colloqui di pace tra Usa e Talebani, e la chiusura di alcune, delle tante, missioni minori alle quali l’Italia partecipa in ogni parte del globo.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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