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Ecco chi (e come) vuole azzoppare il governo M5s-Lega

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Il commento dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Non appena l’Italia aveva assunto una posizione defilata, sebbene non coperta, sul fronte finanziario dopo l’accordo raggiunto con la Commissione europea sul deficit di bilancio al 2%, si è aperto un inedito scontro interno, con la saldatura tra le proteste della galassia delle organizzazioni no-profit, per via dell’allineamento della tassazione degli utili all’aliquota ordinaria ed alcuni Sindaci che reclamano la disapplicazione del decreto “Sicurezza”, ritenendolo palesemente illegittimo sul piano della costituzionalità. In entrambi i casi, la accoglienza dei migranti è il detonatore.

Il quadro dell’opposizione al governo giallo-verde è dunque in pieno movimento, mentre il contesto internazionale è sempre meno prevedibile. Sulla questione degli immigrati, che ha visto il pieno successo estivo dell’operazione “porti chiusi” nonostante le aspre polemiche, si cerca la rivincita. Dietro, c’è una sorta di rinascita della Democrazia Cristiana, dopo il fallimento del progetto renziano che puntava ad un Partito della Nazione nuovo di zecca, sulla falsariga de La Republique en Marche ideata dal Presidente francese Emmanuel Macron.

La legge di bilancio per il 2019, con una concitata approvazione parlamentare a cavallo delle festività natalizie, ha rappresentato una scelta parziale e provvisoria che ha il merito indubbio di sottrarre per l’intanto l’Italia al fuoco di fila dei mercati. Senza comunque coprirla dalle ricadute di una possibile futura crisi internazionale che abbia consistenti fall-out.

Al riparo dai rischi, per la verità, non ci sta quasi nessuno, come stiamo vedendo in questi mesi: la Brexit rimane un enigma, nonostante manchino ormai meno di tre mesi rispetto alla fatidica data del 29 marzo prossimo; c’è un vistoso rallentamento della economia tedesca, che si riflette sulle forniture italiane; in Francia, le proteste popolari hanno costretto il governo ad una rapidissima manovra di contenimento, cifrata in 10 miliardi di euro di maggior deficit; la Cina mostra segni di affaticamento nella virata verso la crescita interna, stretta com’è tra il contenimento della sfida americana sul piano del controllo del Mar cinese meridionale e dei rapporti con Taiwan da una parte, e l’obiettivo di comprare tempo dall’altra, sperando che l’indebolimento della Amministrazione Trump precluda la rielezione nel settembre 2020, e rinviando uno scontro finale nella guerra tariffaria che avrebbe conseguenze imprevedibili. Negli Usa, si accumulano tre dati negativi: la debolezza dello SP500, i premonitori di un nuovo rallentamento dell’inflazione, lo spread in crescita tra il tasso interbancario e quello dei Fed Funds, che pure è stato appena rivisto al rialzo.

La prossime scadenze elettorali hanno condizionato le scelte del governo in materia di bilancio: c’è il rinnovo del Parlamento europeo a fine maggio e poi le Regionali. E’ stato giocoforza arretrare, sotto la pressione di Commissione e mercati, In vista di recuperare successivamente posizioni migliori, individuando la linea di resistenza in termini di consenso. Brutalmente, il governo ha stimato quanto e dove arretrare rispetto alle posizioni iniziali: il tasso di logoramento accettabile.

Dovendo ridurre il deficit, la scelta era chiara: o sacrificare le promesse elettorali, oppure abbattere gli investimenti. O il consenso, o la crescita. La prospettiva di una crisi politica, per chi governa, è meno preferibile rispetto alla mancata crescita. Il minor deficit, intanto, si può comunque giustificare con le pressioni subite dalla Commissione europea e dai mercati. In prospettiva, la prima è già fuori gioco, mentre i secondi hanno ben altre rogne cui badare. E poi, a dirla tutta, finanziare gli investimenti nel Mezzogiorno, dove né il Movimento 5 Stelle né la Lega sono presenti nelle giunte locali e regionali, sarebbe stato un regalo agli avversari politici. I fondi si troveranno, dopo metà anno, a valle delle elezioni europee, di quelle regionali, e comunque quando sarà chiara la congiuntura da affrontare.

Nel frattempo, c’è un’altra sfida che viene portata all’attuale coalizione giallo-verde, guidata dai movimenti vicini al solidarismo cattolico. Non pare casuale, dunque, il richiamo costante a questi valori, fondamentali per assicurare la pacifica convivenza civile, insieme al rispetto reciproco, che è stato fatto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso degli Auguri per il nuovo anno.

Alla decisa ostilità del governo verso l’immigrazione incontrollata, dopo la campagna estiva sui “porti chiusi”, è seguito il varo del decreto-legge “Sicurezza”; poi, il taglio della diaria per il mantenimento dei migranti, che passa da 35 euro ad un importo compreso tra 15 e 26 euro, ed infine la eliminazione dell’aliquota ridotta sugli utili delle organizzazioni no-profit, di cui in ogni caso la legge fa comunque divieto di distribuzione, diretta o indiretta che sia. Sono colpi duri, portati non solo al business che secondo alcuni si celerebbe dietro l’assistenza ai migranti, gestita da un numero sterminato di soggetti, ma alla ancor più ampia pletora di organizzazioni che perseguono i propri obiettivi non tanto attraverso le donazioni dei privati, quanto gestendo una enormità di fondi pubblici. Mentre i contributi pubblici ai partiti sono stati completamente soppressi, tante altre organizzazioni beneficiano della gestione di risorse pubbliche in modo strumentale: se per un verso le utilizzano con gli strumenti del volontariato e della cooperazione per fini di solidarietà e di assistenza, per l’altro se ne avvalgono per sostenere una sorta di militanza politica rivolta contro la attuale maggioranza di governo. Il fronte dell’opposizione non si fonda più solo sul livello parlamentare, in cui PD e Forza Italia si muovono in modo sempre meno incisivo, ma saldando i nessi tra solidarietà e rappresentanza locale. I Sindaci, che in questi anni sono stati i gestori delle risorse destinati all’accoglienza dei migranti, sanno bene che la situazione è insostenibile. Il ribellismo nei confronti del decreto “Sicurezza”, al di là della antigiuridicità dei comportamenti concreti, rischia di innescare processi incontrollabili, legittimando rivolte collettive su base razziale che darebbero poi luogo a reazioni razziste.

Se, dunque, all’interno della realtà italiana si prefigurano equilibri nuovi, anche per quanto riguarda il contesto europeo si amplia il consenso in ordine alla necessità di rivederne la architettura. Non è più solitario in questa richiesta il nostro ministro per le politiche europee Paolo Savona, che da tempo ha presentato a Bruxelles un documento in cui si prospetta “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Si è aggiunto, questa settimana, il senatore a vita Mario Monti: in occasione del ventennale dell’introduzione dell’euro ha ribadito che, per prima cosa, modificherebbe “il patto di stabilità, creando uno spazio particolare proprio per incoraggiare gli investimenti pubblici nazionali scomputandoli dal calcolo col deficit, però con criteri precisi definiti in Europa”. Inoltre, si dovrebbe puntare “con decisione sul coordinamento e l’armonizzazione fiscale”. Si dovrebbe dunque abbandonare l’attuale sistema di arbitraggio normativo che porta le aziende a segmentarsi ed a delocalizzarsi nei diversi Paesi dell’Unione sfruttando i vantaggi che di volta in volta vengono loro offerti. Che cosa ne rimarrebbe dell’economia del Lussemburgo, e di quelle di Olanda ed Irlanda, tanto per citare i casi più eclatanti, davvero non si sa. Il vero incubo, invece, è una Gran Bretagna fuori dall’Unione, che porti l’aliquota unica sui profitti al 5%: le ipotetiche barriere doganali e la perdita del passaporto finanziario per le banche britanniche sarebbero armi davvero spuntate.

Sovranisti e populisti, in un Occidente squassato da dieci anni di crisi, si comportando da rivoluzionari. Alla Mao Tse Tung, oggi “Grande è la confusione sotto il cielo. Dunque la situazione è eccellente”. Faites vos jeux!

(articolo pubblicato sul settimanale Milano Finanza)

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