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Ecco i due fronti che Draghi deve combattere

Draghi

Riflessioni di fine estate su politica estera ed italiana. L’intervento di Raffaele Lauro, segretario generale Unimpresa

 

Nel tripudio filodraghiano, quasi sempre strumentalizzato dagli interessi elettorali dei partiti della cosiddetta maggioranza di unità nazionale, tra chi lo vuole al Quirinale, perché ambisce ad elezioni anticipate nella tarda primavera 2022, e chi insiste, per ragioni diametralmente opposte, che resti a Palazzo Chigi fino al 2023, rinviando, alla scadenza naturale della legislatura, il ritorno alle urne, l’autorevole figura del premier é diventata oggetto di speculazioni di parte, nell’ambito della litigiosa compagine governativa. Altre fonti lo vedono proiettato, con un sospetto anticipo, alla guida politica della futura Unione Europea, che, con lui, dovrebbe risorgere magicamente dalla sue ceneri, dopo la crisi afghana, l’eclissi, speriamo momentanea, della guida atlantica degli Stati Uniti e una consolidata leadership internazionale, dopo gli ipotizzabili successi, alla guida del G20 (2021), sia straordinario che ordinario, nella complessa mediazione diplomatica, che sta portando avanti, tra le grandi potenze.

Manca solo che qualche improvvisato profeta lo candidi, nel prossimo conclave, al soglio di Pietro, per completare questo rosario di candidature. Si ignorano, deliberatamente, in questo gioco tattico, le ragioni che hanno costretto Mattarella a mobilitarlo alla guida del governo, il profilo umano, etico, culturale e istituzionale di Mario Draghi, nonché la sua storia personale di servizio alla cosa pubblica, senza improvvisazioni, aspirazioni senza fondamento e, principalmente, senza la sottovalutazione delle sfide, che, in questa drammatica congiuntura di eventi, é stato chiamato a fronteggiare, in rappresentanza del nostro paese, nella salvaguardia dell’interesse nazionale.

Se fosse consentito stabilire un raffronto tra un leader civile di oggi e un leader militare di ieri, consacrato negli annali storici della civiltà occidentale, si potrebbe affermare che Mario Draghi si trova a dover “combattere”, come Giulio Cesare nell’assedio di Alesia, tra due fuochi: quello interno e quello esterno. Quello interno riguarda la conflittualità permanente tra i partiti di governo, che si accentuerà, nelle prossime settimane, sulle riforme strutturali ancora da varare, a partire dal fisco, sulle fibrillazioni che precederanno (e che seguiranno!) i risultati (e i ballottaggi!) delle amministrative del 3 ottobre, cioè dopodomani, sulle politiche di accoglienza dei profughi, non solo afghani, che scaturiranno dal G20 e sugli sviluppi irrisolti della pandemia, nonché sulle tensioni che si cumuleranno, fino al gennaio 2022, per l’elezione dell’inquilino del Quirinale. Quello esterno riguarda, nell’immediato, la convocazione, la conduzione, i risultati e gli impegni, tangibili, e non solo di facciata, proprio del G20 straordinario, convocato sulla gestione internazionale della crisi afghana, a fronte della reticenza di una presidenza americana, azzoppata e sotto attacco, della resistenza sotterranea del premier britannico, delle richieste della Russia di Putin (partecipazione del Pakistan e dell’Iran!), delle manovre di sabotaggio della Turchia di Erdogan e, non da ultimo, delle condizioni che porrà la Cina di Xi Jinping. Interessi strategici, presenti e futuri, del tutto contrapposti e divergenti, che potrebbero esplodere nell’ambito del consesso, determinando il fallimento dell’iniziativa italiana, bollata, a posteriori, come velleitaria e improvvida, con grave nocumento per l’immagine del proponente. Resta l’auspicio che la genialità diplomatica di Draghi segua le sorti vittoriose della genialità militare di Cesare, come premessa per affrontare la sfida delle sfide, che investe il destino futuro dell’Unione Europea e del vecchio continente, nei nuovi equilibri geopolitici mondiali.

L’Unione Europea, in quanto tale, non fu mobilitata dal presidente Bush jr., nella “coalizione dei volenterosi”, guidata dagli Stati Uniti, che, dopo l’attentato terroristico di matrice islamica del 2001 a New York, alle Torri Gemelle, insieme con la Nato e alcuni paesi alleati, tra i quali la Germania, la Francia e l’Italia, portò la guerra in Afghanistan per distruggere le basi operative delle organizzazioni terroristiche e introdurre un regime democratico.

Dopo venti anni (2001/2021), la guerra si é conclusa con la sconfitta e la caotica ritirata degli americani, della Nato e di tutti i paesi alleati della coalizione. Il presidente Biden ha portato (male, anzi malissimo!), a conclusione un disimpegno, insito già negli sconsiderati “Accordi di Doha” (febbraio 2020), sottoscritti, superficialmente e inanemente, dalla presidenza Trump. La tragedia, che si sta consumando, in questi giorni, quindi, era prevedibilissima, anche se le incaute e improvvisate modalità del ritiro (altro che una programmata exit strategy!), hanno esposto la presidenza Biden e l’Occidente ad una figuraccia planetaria, che pone interrogativi sul futuro ruolo di guida degli USA, sulla riorganizzazione della Nato, sui rapporti con gli alleati europei e sul passaggio dal bipolarismo, nato a Yalta, ad un multipolarismo, soggetto alla crescente pressione della Cina di Xi, della Russia di Putin e della Turchia di Erdogan. Questo sconvolgimento geo-politico mondiale, tuttavia, ha come principale vittima collaterale proprio l’Unione Europea. Per cui, la crisi americana si è tradotta in una crisi dell’Occidente e nella constatazione definitiva della debolezza del vecchio continente e dell’inconsistenza strategica della sua Unione. Gigante economico forse, nano politico certo, perché senza una politica estera unica, senza una difesa comune e senza, nel bailamme delle posizioni discordanti dei vari leader degli Stati membri, la possibilità di far pesare una posizione unica del continente europeo. Con il grande pericolo, di fronte alle autocrazie imperiali emergenti e le democrazie autoritarie striscianti, sempre più diffuse, di vedere soffocate, come un residuato storico del Novecento, le democrazie liberali e, con esse, la cultura della libertà, la tutela dei diritti costituzionali delle persone e il rispetto delle regole.

Quella civiltà occidentale, di ispirazione cristiana, dunque, che impone non solo di proclamare i diritti degli afghani e la dignità delle donne, ma di operare per rendere concreta, anche in Afghanistan, la tutela di quei diritti. Non tutto è perduto, ma si rende necessario, e urgente, reagire ad una decadenza senza ritorno, realizzando una strategia, a tappe forzate, altrimenti l’Europa diventerà il classico “vaso di coccio tra vasi di ferro”, di manzoniana memoria.

Le scelte, immediate e future, dell’Unione Europea, quindi, nonostante gli errori americani, non potranno “smarrire” la vocazione democratica e lo spirito della solidarietà atlantica. Pur facendo da ponte diplomatico con la Russia e con la Cina, l’Europa dovrà aiutare gli Stati Uniti ad archiviare l’attuale crisi di identità, ad evitare il pericolo di un neo isolazionismo e a riacquistare la dignità e il ruolo di potenza guida dell’Occidente. Naturalmente ripartendo da una base paritaria, sia nella ridefinizione della missione della Nato, che nella gestione della stessa, onde evitare le incomprensioni attuali. Tutto ciò sarà possibile, soltanto se riuscirà ad superare il suo “nanismo politico”, accelerando l’unità politica delle istituzioni europee: sul fronte delle relazioni internazionali, su un programma di difesa comune, a partire dalla cyber security, inserito nel quadro della nuova Nato, e, in primis, nelle politiche di accoglienza, finora disattese. Le politiche economiche e monetarie comuni, pur necessarie, non bastano più.

Ora serve, con il coraggio, con la determinazione e con il sacrificio delle vecchie rendite di posizione di ciascun Stato, operare quella svolta politico-istituzionale, tanto sognata dai padri fondatori della comunità europea. É arrivato, dunque, il momento di chiederci cosa siamo e cosa vogliamo essere, noi europei. Il re è nudo! E non possano più pretendere di essere difesi, senza costi adeguati, badando solo a fare affari con i nuovi imperi d’Oriente. Per cui, sarà vitale un presa di coscienza della realtà, da parte dell’Unione e di tutti gli Stati membri, nessuno escluso, con le decisioni conseguenti da assumere. In mancanza, il vecchio continente, nei nuovi equilibri geopolitici mondiali, sarà costretto a rinnegare la sua antica storia di civiltà democratica e, con essa, la sua libertà e il suo destino nel mondo. Senza ulteriori appelli!

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